“Lavoro minorile” Così si limita la concorrenza sleale (C.Dell’Aringa)

04/02/2004




      Mercoledí 04 Febbraio 2004

      COMMENTI E INCHIESTE

      Così si limita la concorrenza sleale



      CARLO DELL’ARINGA

      Sostanziali benefici economici derivano dalla eliminazione del lavoro dei minori e dalla sua sostituzione con la scolarizzazione degli stessi bambini impiegati in questa sorta di sfruttamento. Lo studio dell’Ilo è importante perché dimostra che la lotta al lavoro minorile non si giustifica solo sulla base di considerazioni di equità sociale e di difesa dei diritti civili. Conviene anche in termini economici e l’indagine lo dimostra, utilizzando i dati a disposizione che scontando i flussi dei costi e dei benefici che deriverebbero dall’intervento di sostituzione fra lavoro e scolarità, si otterrebbe un vantaggio netto considerevole. Il risultato finale positivo si otterrebbe, naturalmente, solo dopo un arco temporale sufficientemente lungo, almeno 40 anni. É evidente che solo in questa prospettiva l’intervento di "sostituzione" sarebbe economicamente conveniente. Trattandosi infatti di un esempio molto particolare, di investimento in istruzione, il periodo iniziale, caratterizzato prevalentemente da costi, diretti e indiretti, sarebbe alquanto lungo e solo in un periodo successivo, al termine degli studi dei ragazzi e con l’inizio della loro attività di lavoro, si comincerebbe a godere dei rendimenti. Questo aspetto importante si coglie guardando i flussi annuali dei costi e dei benefici. E infatti occorrerebbe, in media, una quindicina di anni prima di osservare un’annualità con il saldo netto positivo. Per i primi 15 anni si avrebbero continui saldi negativi che sommandosi gli uni agli altri, provocherebbero l’accumulazione di un forte debito complessivo (del sistema preso nel suo insieme) che persisterebbe anche oltre i 20 anni. Da qui nasce il problema del finanziamento di un programma di questo tipo. Sarebbe sostenibile un impegno finanziario di questo tipo da parte di Paesi che, già ora, soffrono per mancanza di risorse e per problemi di finanza pubblica? L’Ilo non è del tutto pessimista quando affronta la questione delle prospettive. Si ricordi che il peso maggior dovrebbe essere sopportato dai Paesi nei quali il fenomeno del lavoro minorile è maggiormente diffuso: più di due terzi del carico fiscale dovrebbe essere sopportato dai Paesi asiatici e da quelli dell’Africa sub-sahariana. Per dare un’idea della dimensione delle risorse necessarie per un programma così ambizioso, viene confrontato il costo pubblico dell’intervento con altre grandezze finanziarie che caratterizzano le economie di quei Paesi. Le spese pubbliche per sostenere il piano rappresenterebbero l’11% delle spese militari nei primi 10 anni e il 28% nei 10 successivi. Raffrontando il costo dell’intervento con il carico dovuto al servizio del debito estero, le due percentuali corrispondenti, risultano del 5 e del 15 per cento. Purtroppo il peso relativo crescerebbe considerevolmente se lo stesso carico venisse calcolato in percentuale delle risorse destinate all’assistenza allo sviluppo di questi Paesi. Per il 2000 queste risorse ammontavano a 55 miliardi di dollari, che non basterebbero nemmeno a finanziare l’intervento, anche se fossero destinate tutte a questo scopo. Questa conclusione non induce comunque ad accantonare il progetto. Certamente se tutto il costo fosse addebitato a una unica fonte di finanziamento, l’impresa apparirebbe impossibile. Se invece il fabbisogno fosse "spalmato" su tutte le possibili fonti, il progetto potrebbe diventare più abbordabile. Il che significa far leva sia sulla composizione della spesa pubblica (più scuola e meno spese militari), sia sul versante dei prestiti dall’estero (finanziare l’istruzione troverebbe eventuali creditori più disponibili e benevoli), sia infine sul versante dell’assistenza allo sviluppo. Quest’ultimo canale sarebbe naturalmente quello da privilegiare. I paesi "ricchi" avrebbero più di un motivo valido per sostenere un programma di questo tipo: ragioni di giustizia sociale, di diritti civili, ma anche qualche ragione economica. Ci si lamenta della "concorrenza sleale" praticata dai Paesi dell’Oriente: ecco il modo per combatterla, investendo nei bambini, anziché porre limiti al commercio.