“Lavoro” L’Unione affronta divisa la legge 30

01/02/2007
    giovedì 1 febbraio 2007

    Pagina 10 – CAPITALE & LAVORO

    «Riunificare il lavoro»

    L’Unione affronta divisa la legge 30 e la riscrittura delle norme per ridare centralità al tempo indeterminato. Damiano prepara tre tavoli, e insiste su ammortizzatori e tutele graduali. A confronto con le proposte Cgil e Alleva Il ministro del lavoro vuole soltanto «rivedere» la 30, la Cgil chiede una completa riscrittura. Alleva e sinistra dell’Unione: cancellare i cocoprò

      Antonio Sciotto

        Roma

        Come uscire dalla precarietà? La risposta, certo, non può stare solo in una legge, ma è anche evidente che una legge può peggiorare moltissimo i rapporti di lavoro. E’ il caso della famigerata 30 – detta «Biagi» – che ha inaugurato un vero e proprio hard discount della flessibilità (più che un semplice «supermercato», dato che le imprese possono trovare contratti a prezzi stracciati). Ma non bisogna nascondersi neppure che i problemi sono partiti ben prima: la stura data ai contratti cococò dalla riforma delle pensioni Dini (già esistevano dagli anni Settanta, ma il fondo separato Inps ha dato loro grande impulso), l’impazzare dell’interinale grazie al «pacchetto Treu». E non è ancora tutto: ci sono le esternalizzazioni, le cessioni di ramo d’impresa, i lavori a progetto, che hanno apposto un termine al contratto cococò senza aumentarne le garanzie, la riforma dei contratti a termine del 2001, che ne ha permesso la ripetibilità all’infinito.

        Tutti questi temi verranno affrontati nei tre tavoli che il governo si appresta ad aprire in primavera (non è fissata una data precisa): previdenza, welfare e mercato del lavoro, produttività e competitività. Un convegno alla Cgil ieri ha messo allo stesso tavolo le varie parti in causa: dall’Ulivo, con la sua «Carta dei diritti» promossa da Ds e Margherita, fino alla proposta del giuslavorista Nanni Alleva, fatta propria dalla sinistra della coalizione e dai movimenti di «Stop precarietà ora», passando per le proposte di legge presentate nel 2002 dalla Cgil, in concomitanza con la mobilitazione in difesa dell’articolo 18 (e ribadite al Congresso di Rimini), fino a «Precariare stanca» della sinistra Ds. Il convegno è stato organizzato dalla Rivista Giuridica del lavoro e dalla casa editrice Ediesse, e hanno partecipato il ministro del lavoro Cesare Damiano, per la Cgil Guglielmo Epifani e Fulvio Fammoni, la parlamentare dell’Ulivo Elena Cordoni, Massimo Marchetti di Confindustria, i giuslavortisti Alleva, Adalberto Perulli e Massimo Roccella. Il convegno è dedicato a Giorgio Ghezzi, noto giuslavorista scomparso due anni fa. Quando si riferiva alla riscrittura del lavoro, Ghezzi parlava della necessità di «afferrare Proteo»: l’improbo compito di ricondurre a una riunificazione forme contrattuali frammentate e multiformi.

          Damiano morbido sulla «Biagi»
          La proposta Alleva tenta proprio di «afferrare Proteo» perché parla di un unico contratto per tutti i dipendenti, dove il criterio non sia più l’eterodirezione tipica della subordinazione fordista, ma l’alienità del lavoratore rispetto a un’organizzazione e un risultato stabiliti da un terzo (l’impresa): è il lavoro «economicamente dipendente». Saranno poi dei «patti derogatori» a configurare dei sottocontratti a seconda del grado di eterodirezione, da quella classica (la linea di montaggio) fino all’«autoregolazione» (un rappresentante che viaggia e si autogestisce gli orari). Dunque Alleva propone di eliminare forme contrattuali come quelle parasubordinate, e di intervenire sui contratti a termine, gli appalti, le esternalizzazioni e le cessioni d’impresa.

          Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha presentato la sua linea «gradualista» alle riforme, ispirata alla «Carta delle lavoratrici e dei lavoratori» approntata insieme a Tiziano Treu. Ha come sempre ribadito quanto fatto già in finanziaria e non solo (dalla circolare dei call center alle misure contro il lavoro nero), puntando sugli incentivi (vedi cuneo fiscale) e gli ammortizzatori (indennità di disoccupazione, contributi figurativi e totalizzazione per i lavoratori precari), ma non ha mostrato di condividere l’idea di cancellare i contratti cocoprò, preferendo piuttosto il graduale innalzamento dei costi e delle tutele (è da notare che se anche mai questi lavoratori raggiungessero i costi del lavoro dipendente, resterebbero però licenziabili a piacere). Glissando il programma dell’Unione, che parla di «superamento», Damiano ribadisce che la legge 30 è da sottoporre a «revisione»: certo, con concetti così ambigui alla fine un termine vale l’altro, ma comunque colpisce come i Ds si siano via via ammorbiditi con la legge 30 dopo il gran parlare fatto sotto elezioni. Da notare poi che il ministro vuole portare tutti questi temi ai prossimi tavoli con le parti sociali: perfino i contratti a termine, su cui invece aveva annunciato di voler legiferare autonomamente nel caso le parti sociali non avessero raggiunto un accordo a tre mesi dalle linee guida emesse dal ministero. I tre mesi scadono proprio questa settimana, e adesso pare che i contratti a termine diventeranno «merce» di scambio ai tavoli con Confindustria.

          E infatti le imprese non se lo fanno dire due volte: sono ferocemente contrarie a irrigidire la ripetibilità all’infinito istituita dal governo Berlusconi, e se proprio si dovrà mettere mano ai contratti a termine, «devono far parte di un discorso più generale – ha spiegato ieri il rappresentante della Confindustria – dove si parli anche di orari di lavoro». Come dire: la Cgil non faccia più «capricci» su orari e modello contrattuale, le imprese chiedono «produttività» (ordinare orari e cambi turno senza trattare con le Rsu) e magari qualcosa cederanno sul fronte precarietà.

          Epifani non entra in diretta polemica con Damiano, ma sottolinea che «lasciare le leggi così come sono, prevedendo solo una manutenzione, non può andare: bisogna mettere mano all’intero impianto». Fa l’esempio di un cocoprò di una grossa compagnia telefonica che riesce a fare 1600 euro netti al mese, di cui però la gran parte è salario variabile, non tassato e senza contributi: «Una schifezza». Fulvio Fammoni chiede una «riduzione a pochi contratti, con il tempo indeterminato come forma normale e il resto solo in condizioni di straordinarietà e non ripetitività». E «gli ammortizzatori, certo necessari, da soli non danno una risposta: bisogna agire anche sul prosciugamento della precarietà». La Cgil, nelle sue proposte di legge, ha in comune con Alleva il concetto di «riunificazione» sotto un unico contratto dipendente. Massimo Roccella non sta né con la proposta Alleva (non sarebbe necessaria, perché secondo recenti sentenze della Corte costituzionale l’«economicamente dipendente» sarebbe già nel Codice civile, e basterebbe una nuova interpretazione) né con la Carta dell’Ulivo, che lasciando il cococò licenziabile a fronte di un misero risarcimento, sarebbe più arretrata persino della legge 30.