Lavoro, lo scontro si sposta sui contratti

18/07/2002



(Del 18/7/2002 Sezione: Economia Pag. 18)
COMPETIZIONE TRA I SINDACATI ANCHE SUL TERRENO DEI SALARI. GOVERNO E IMPRESE IN ALLARME
Lavoro, lo scontro si sposta sui contratti
In arrivo richieste di forti aumenti

ROMA
Se continua così, la prossima stagione dei rinnovi contrattuali rischia di passare alla storia. Come un duro colpo ai conti di imprese e Stato-datore di lavoro. Oppure come una stagione di grande conflittualità sociale, come non si ricordava da anni. Come non accadeva più dal luglio del `93, quando con la firma dell´accordo sulla concertazione e la politica dei redditi si stabilirono le regole del consenso sociale e della moderazione salariale. Le premesse sono decisamente preoccupanti, per ragioni economiche e politiche. Dopo dieci anni di aumenti contrattuali modesti sta montando una forte pressione salariale, specie nei settori produttivi in buona salute; l´effetto euro, nonostante le affermazioni dell´Istat, ha fatto sentire (o diventare) tutti più poveri. Ma è l´accordo separato sul «Patto per l´Italia» a rappresentare una vera e propria mina vagante: la Cgil, che non ha firmato l´intesa, non si sente più legata. E Cisl e Uil, sottoposte a una dura pressione cigiellina e a qualche fermento della loro base, fanno capire che nelle piattaforme rivendicative non rispetteranno più rigidamente i tassi di inflazione programmata dal governo nel Dpef (1,4% nel 2003, 1,3% nel 2004). Ieri, una nuova puntata. Dopo le perplessità manifestate da Cisl e Uil sul Dpef, il leader Cgil Sergio Cofferati ha duramente criticato Pezzotta e Angeletti: «Se, come sembra ci sono dissensi sul Dpef – ha detto ieri intervenendo al direttivo della Fnle-Cgil – i firmatari del Patto avrebbero fatto bene a registrarli prima della firma. Soprattutto perché per la prima volta la firma di un accordo è strettamente legata al Dpef». Replica con veemenza il leader Uil Luigi Angeletti, che accusa la Cgil di avere avviato una campagna di «vere e proprie bugie»; in ogni caso, afferma, l’inflazione programmata «non è credibile», perché la dinamica dei prezzi l’anno prossimo sarà più elevata, «e il punto di riferimento per la Uil sarà l’inflazione reale». Stesso discorso da Savino Pezzotta, che polemizza con il direttore generale di Confindustria Parisi: «l´1,4% è troppo basso per consentire un rinnovo adeguato dei contratti. Parisi mi spieghi come un tasso di crescita previsto dal governo al 2,9% si possa reggere in piedi un tasso di inflazione all’1,4%. Secondo me non è possibile». Confindustria è preoccupatissima, ma lo è anche il governo. Ieri il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi ha richiamato il sindacato alla «coerenza» con gli accordi del 1993, un’intesa – ha ricordato – firmata anche dalla Cgil. Il problema è che dopo la rottura sul «Patto per l´Italia», la Cgil dice chiaro e tondo che le regole del `93 funzionavano perché bilanciavano concessioni e vantaggi, con una moderazione salariale che era contropartita di altre disponibilità. A questo punto, il sindacato di Cofferati si sente le mani molto più libere quanto a rivendicazioni salariali, pur senza arrivare a richieste deliberatamente inflazionistiche. Cisl e Uil, come detto, non possono che seguire. E il rischio è che si scateni una vera e propria rincorsa salariale, con piattaforme sindacali in competizione, conflitti duri, e nuovi accordi separati che porteranno costi e incertezze anche per le imprese. Un rischio che la Cisl vorrebbe disinnescare, con una riforma della contrattazione che depotenzi il contratto nazionale a favore di quello decentrato. Una proposta per ora caduta nel vuoto, e difficilmente praticabile oggi.
E sono moltissimi i lavoratori e le aziende che a breve dovranno affrontare i rinnovi contrattuali, o la cui vertenza è ancora in corso. Ci sono i 700.000 dipendenti del turismo e vacanze; 1.300.000 lavoratori del commercio; i 50.000 delle assicurazioni; i 35.000 dell´industria del vetro; i 25.000 del comparto conciario; i 98.000 ferrovieri e i 120.000 ferrotranvieri. Ma come sempre, i problemi più forti riguarderanno il pubblico impiego e l´industria metalmeccanica, due settori decisivi. A fine anno scade il contratto dei meccanici (900.000 nelle grandi imprese, 400.000 nelle piccole). E poi, ci sono 650.000 dipendenti della sanità pubblica; 670.000 impiegati degli enti locali; un milione di insegnanti e personale della scuola; 300.000 ministeriali; 80.000 universitari e ricercatori; 60.000 addetti degli enti pubblici non economici; 110.000 dipendenti di agenzie e aziende autonome. Un esercito che sarà facile scatenare all´assalto in nome di salari più alti, dopo anni di vacche magre
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Roberto Giovannini