Lavoro, l’infortunio è donna

04/03/2004



 
   
4 Marzo 2004






 

Lavoro, l’infortunio è donna
Aumentano gli incidenti al femminile. Una proposta di legge per le lavoratrici invalide
MARIANGELA SAPERE


In Italia ogni anno 230 mila donne sono vittime di incidenti sul lavoro: di questi, circa 120 sono mortali. In pratica, un giorno su tre una donna muore sul posto di lavoro. Il dato drammatico è che gli infortuni crescono più dell’occupazione: secondo quanto registra l’Istat, infatti, nel quinquennio 998-2003 la percentuale di donne occupate è aumentata del 13.4%, mentre gli incidenti delle lavoratrici sono aumentati del 21,9%. Il fatto che il numero degli infortuni sia più alto di quasi dieci punti percentuali rispetto al livello dell’occupazione suggerisce che le tipologie di lavoro che accolgono le forze femminili sono diventate più rischiose, più precarie, e meno protette. Inoltre, secondo un sondaggio dell’Anmil (associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) il 25-30% delle donne rimaste invalide per incidenti sul luogo di lavoro, con punte del 39,7% nel nord ovest, subisce «spinte» al licenziamento da parte del datore di lavoro. Il tema degli infortuni torna d’attualità grazie a una nuova proposta di legge «bipartisan» presentata ieri dalle parlamentari Carla Mazzuca (Udeur) e Dorina Bianchi (Udc), prime firmatarie di un testo che mira a tutelare le donne rimaste mutilate o invalide in seguito a incidenti sul lavoro. Il documento nasce dal lavoro di un gruppo di donne invalide, operanti all’interno dell’Amnil e prevede tra l’altro incentivi e sgravi per i datori che assumono donne infortunate, contratti di formazione e banche dati per agevolarne l’inserimento, permessi straordinari di 12 ore al mese per le cure psico-fisiche. Ma, e questo è il punto centrale della proposta, si mira ad istituire un servizio di sostegno psicologico.

Sono proprio le cause psicologiche, infatti, quelle che determinano in molti casi, l’allontanamento dal lavoro. Dai dati forniti dall’Anmil emerge che circa il 40% delle infortunate, in seguito all’incidente, approda al licenziamento, e spesso l’allontanamento è volontario, dovuto a condizioni di depressione o al malessere vissuto nell’ambiente di lavoro. La legge prevede che, su richiesta della donna, dovrà essere disponibile all’interno dell’azienda, un gruppo di sostegno formato da un medico/psicologo della Asl, un membro della struttura aziendale e un assistente sociale. Ma se questa proposta può essere una cura, per chi combatte con invalidità spesso drammatiche, non previene la formazione del problema.

La questione è sollevata da Paola Agnello Modica che si occupa di infortuni per la Cgil. L’obiettivo, per la sindacalista, deve essere l’estirpazione delle cause del male, e dando uno sguardo al quadro presente ne individua due: «L’attuazione della legge 30 e la legge delega 229/2003 per il riassetto normativo in materia di salute e sicurezza – spiega – Questi provvedimenti segnano una nuova fase di attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, che porterà ad un peggioramento delle condizioni di lavoro». La legge delega 229, secondo Agnello Modica, riscrive le norme in materia di sicurezza sul lavoro: queste dovranno essere compatibili con le esigenze organizzative e gestionali dell’azienda. Per quanto riguarda la legge 30, questa avrà come conseguenza l’aumento della precarietà e di conseguenza una diminuzione della tutela e della sicurezza sul lavoro. I dati sugli infortuni dimostrano, infatti, che c’è uno stretto legame tra il numero degli incidenti e la tipologia del lavoro precario. Problema che riguarda in particolare le donne: il lavoro femminile è sempre più legato alla precarizzazione.

Dal sindacato arriva chiaro un messaggio, anche con l’approssimarsi della data simbolica dell’8 marzo: lottare per il riconoscimento dei diritti delle donne, collettivi e individuali, contro lo smantellamento dei diritti già acquisiti. Per la Cgil, ogni iniziativa che miri alla tutela delle donne sul lavoro è lodevole, ma non bisogna perdere di vista la radice del male: sarebbe come mettere un «cerottino su una piaga». E l’invito va proprio alle parlamentari già attive per la tutela delle donne: combattere per i diritti messi in pericolo dall’attuale maggioranza e porre un freno, nei fatti, al deterioramento delle condizioni sul posto di lavoro.