Lavoro, l´articolo 18 non frena il mercato – di Massimo Riva

28/03/2002

Lavoro, l´articolo 18 non frena il mercato

Lo Statuto dei lavoratori non ha ostacolato le assunzioni stabili. Nei fatti la Confindustria e il governo non sono seguiti neppure dagli imprenditori
I dati dicono che il "posto fisso" resta dominante: forse i sociologi ora dovranno rivedere le teorie sull´espansione progressiva delle attività autonome

MASSIMO RIVA

I DATI sull´occupazione resi noti ieri dall´Istat vanno al di là delle più ottimistiche attese. Fra il gennaio 2001 e lo stesso mese di quest´anno sono stati creati 371mila nuovi posti di lavoro: quasi la metà dei quali è stata ricoperta da disoccupati, mentre l´altra metà è stata appannaggio di giovani al primo ingresso sul mercato. Il tasso di disoccupazione si è così abbassato dal 10,1 al 9,2% con un impatto rilevante anche nel Mezzogiorno, dove il livello dei senza lavoro è sceso sotto l´orribile soglia del 20%. Di conseguenza il divario con la media europea si è ora ridimensionato a un modesto 0,7%.
Insomma, anche nella lotta alla disoccupazione, come prima in quella contro l´inflazione, l´Italia sta diventando un paese europeo.
Gli aspetti più sorprendenti di queste cifre sono almeno tre. Il primo è che la stragrande maggioranza delle nuove assunzioni non riguarda impieghi precari o transitori e neppure attività di tipo autonomo, ma posti di lavoro dipendente a tempo pieno e indeterminato. Il secondo è che questo autentico «boom» si è verificato in un anno (il 2001) di congiuntura economica bassa e di crescita del prodotto interno lordo (pil), che alla fine si è attestata su un mediocre 1,8 per cento, quasi mezzo punto in meno rispetto alle previsioni iniziali. Il terzo elemento sconcertante è che questo incremento dell´occupazione non parte da zero, ma si innesta su un processo che era già cominciato negli anni scorsi e, semmai, era ragionevole temere che avesse una pausa o un rallentamento. Viceversa, sembra che si sia di fronte a un´onda lunga: dal gennaio 1996, in sei anni, i posti di lavoro sono cresciuti di circa 1.800mila unità.
Quanto alla prima sorpresa, l´imprevista (almeno dai più) esplosione del classico lavoro dipendente obbligherà forse molti sociologi della materia a rivedere le loro teorie su un avvenire dell´occupazione in progressiva espansione verso forme di attività di tipo autonomo e consimili: piaccia o no, i dati dicono che il cosiddetto «posto fisso» resta il re del mercato. Non solo nelle ovvie aspirazioni di chi cerca lavoro ma – evidentemente – anche nella realtà di fatto di chi quel lavoro offre, cioè le imprese. Nel caso della sfasatura tra l´aumento dei posti e la bassa crescita del pil un bel problema si apre per gli economisti, soprattutto per coloro che avevano sempre sostenuto che, per ridurre la disoccupazione, l´Italia aveva bisogno di crescere a ritmi del tre o quattro per cento all´anno. L´andamento effettivo dei cicli del mercato del lavoro impone, a quanto pare, un aggiornamento dottrinario urgente.
E´ soprattutto alla classe politica, però, che la lettura di questi dati pone problemi. Trascuriamo pure l´inutile duello apertosi fra centrodestra e centrosinistra per accaparrarsi la maggior gloria di questi eccellenti risultati sul fronte dell´occupazione. Il presidente del Consiglio ha cercato subito di mettere il cappello sull´intera posta in gioco rivendicando ogni merito ai provvedimenti del suo governo (ma quali poi?) tanto per sollecitare un applauso della platea. Ma è stato soltanto un miserevole trucco televisivo, perché i numeri sono numeri e danno da soli l´esito della partita: se Berlusconi & C. possono legittimamente attribuirsi una metà di quei 371mila posti del 2001, gli altri possono sempre replicare vantandosi per l´altra metà, alla quale aggiungere il quasi milione e mezzo di altri posti creati a partire dal 1996.
Veniamo, piuttosto, al sodo. Ciò che più conta, sul terreno politico, è che queste cifre dell´Istat piombano nel bel mezzo del duro scontro fra governo e sindacati sul fatidico articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Fa presto il ministro del Lavoro a svicolare dicendo che l´aumento dell´occupazione potrà essere anche maggiore se si toglieranno di mezzo quei vincoli ai licenziamenti che il governo intende rimuovere a cominciare, appunto, dall´articolo 18.
Sulle cose che potevano essere e che non sono state, come su quelle che potrebbero essere, ciascuno può elucubrare a piacimento. Mentre i fatti sono fatti e questi dicono che il tanto contestato articolo 18 non ha impedito un vero e proprio record di assunzioni stabili negli anni scorsi e neppure nell´ultimo anno di crescita rallentata. In altre parole, che esso non è per nulla quel tappo ermetico allo sviluppo dell´occupazione e dell´economia che Confindustria e governo pretenderebbero e per togliere di mezzo il quale sembrano disposti a incendiare il clima sociale del paese.
Con buona pace dei presidenti del Consiglio e della Confindustria, i dati dell´Istat mettono allo scoperto una realtà che era, per altro, facile da intuire: cioè, che gran parte degli imprenditori italiani se ne infischia delle battaglie ingaggiate da chi crede di rappresentarli in via politica o sindacale e perciò fa investimenti e crea nuovi posti di lavoro, senza farsi spaventare dai vincoli dell´articolo 18. Ciò significa anche che sia il governo sia i vertici di Confindustria, nel loro scontro frontale con il movimento sindacale, non sono seguiti nei fatti proprio da coloro che più di altri dovrebbero comprendere e condividerne le ragioni. Come, del resto, a più riprese autorevoli voci del gotha industriale hanno cercato di far capire all´attuale presidente di Confindustria: a cominciare dal suo immediato predecessore, il quale ha detto senza peli sulla lingua che lui mai e poi mai avrebbe aperto un fronte di guerra col sindacato su una questione come quella dell´articolo 18. Possibile che anche costoro abbiano travisato le parole di Berlusconi, come lui sostiene sempre che fanno i suoi critici? Ieri, per esempio, il presidente del Consiglio – a difesa del suo progetto di riforma – ha detto che il famoso art. 18 già oggi protegge solo otto milioni di lavoratori su un totale di ventuno ed ha testualmente chiosato: «Mi pare un´ingiustizia da dover riparare». Non vorremmo passare per i soliti travisatori, ma il senso di una simile affermazione sembra il seguente: visto che alcuni hanno dei diritti e altri no, togliamoli a tutti. Se questa è la giustizia sociale secondo Silvio Berlusconi, non si fatica a capire il muro alzato dai sindacati sul nodo dei licenziamenti. E neppure perché gli imprenditori più avveduti continuino ad assumere, guardando oltre una guerra che li può solo danneggiare

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