“Lavoro” La rimozione delle tute blu (I.lvo Diamanti)

11/12/2006
    domenica 10 dicembre 2006

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    La rimozione delle tute blu

      Ilvo Diamanti

        Hanno sollevato sorpresa le critiche espresse, in modo civile e misurato, dagli operai della Fiat a Mirafiori nei confronti dei segretari delle confederazioni sindacali. Perch� segnalano un contrasto fra il sindacato e la sua base "storica". Perch� rivelano incomprensioni da parte degli stessi ceti che, nelle intenzioni del governo, dovrebbero beneficiare maggiormente della finanziaria. Ma soprattutto perch� abbiamo assistito al "ritorno degli operai". Se ne erano perse le tracce, da tempo, nel dibattito pubblico. E, poi, sui media, come nella ricerca e nella riflessione economica e sociale. Parevano scomparsi. Lo stupore sollevato dall�episodio di Mirafiori costringe a riflettere.

        Prima ancora che sui contenuti della protesta, sui motivi del nostro stupore. Perch� gli operai non fanno pi� notizia?

        Si potrebbe rispondere, in primo luogo, che la loro immagine si � sbiadita perch� essi sono effettivamente in declino, come categoria professionale. Soprattutto quelli della grande impresa. A Mirafiori, ad esempio, l�occupazione � calata dei due terzi dopo la "mitica" marcia dei quadri, che decret� la sconfitta del sindacato "operaio", nell�autunno del 1980. Da circa 60mila a poco pi� di 14mila.

        Tuttavia, gli "operai", nel 2005, secondo l�Istat erano ancora otto milioni. Un terzo degli occupati complessivi, la met� dei lavoratori dipendenti. Anche limitandoci alla sola industria manifatturiera, si tratta di circa 3 milioni di persone. Molti, comunque.

        Se non li vediamo, se sono stati "rimossi" dalla scena pubblica, i motivi sono altri.

        1. In primo luogo, la loro crescente dispersione, in una struttura produttiva diffusa, fatta di piccole e piccolissime aziende. Gran parte dei nuovi occupati, peraltro, accede attraverso lavori intermittenti, a tempo. Le attivit� pi� usuranti, pi� faticose, sono svolte dagli stranieri. I legami di solidariet�, ma anche di "comunit�", dunque, si sono persi. O meglio, dispersi.

        2. Ne consegue un evidente deficit di rappresentanza. Ormai nessuno pi� parla di sindacati "operai". D�altra parte, i caratteri dell�occupazione operaia rendono sempre pi� difficile, al sindacato, il compito del reclutamento. Il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori dipendenti, nell�industria e nell�impiego privato, infatti, � progressivamente sceso. Oggi si colloca intorno al 35%. Ci� vale anche per la Fiat e per Mirafiori, dove il grado di adesione sindacale non � mai stato elevatissimo. Oggi, nel sindacato � divenuta maggioritaria la componente dei pensionati. Anche cos� si spiega la reattivit� sul tema delle pensioni. Mentre la vertenza sul contratto dei metalmeccanici � durata anni, senza produrre pari coinvolgimento.

        3. Gli operai hanno minore visibilit� di un tempo anche perch� le loro tradizionali forme rivendicative hanno perduto efficacia. Gli scioperi aziendali e/o generali non "danneggiano" pi� come un tempo le grandi aziende (nelle piccole, perlopi�, non si fanno). Che hanno largamente delocalizzato il loro tessuto produttivo in altri Paesi. L�azione di protesta, invece, si � progressivamente "terziarizzata" (come ha osservato Aris Accornero). Non solo perch� si � spostata nel settore "terziario", ma perch�, insieme, tende a scaricare i propri effetti sui "terzi". Sui cittadini. Sugli utenti. Gli scioperi pi� efficaci, infatti, riguardano i trasporti urbani, ferroviari, aerei. I taxi oppure le banche, le poste. Perch� generano disagio collettivo.

        Ed entrano nel circuito "mediatico". Un elemento decisivo, ai fini dell�efficacia della protesta, perch� influenza negativamente l�opinione pubblica. Alimenta la sfiducia e il dissenso. Esercita, per questo, pressione politica.

        Per cui, i controllori di volo o i tassisti (romani), che sono pochi, di numero, ma agiscono in punti nevralgici della comunicazione (in senso lato), ottengono pi� ascolto degli operai metalmeccanici. Ai quali, per farsi vedere e sentire, non resta che uscire dalla fabbrica e adottare forme di lotta "non convenzionali". Occupare stazioni ferroviarie, attuare blocchi autostradali.

        4. Tuttavia, tutto questo non basta, ancora, a spiegare la scomparsa degli operai, dalla scena e dall�immagine pubblica. Importante, a questo fine, pare il declino della loro identit� sociale. Negli anni Settanta, dirsi operai – meglio: classe operaia – era motivo di orgoglio. Il segno che gli ultimi non erano pi� tali. Uscivano dalla solitudine e dalla loro marginalit� sociale. Ottenevano un riconoscimento, una immagine comune. Oggi non � pi� vero. Per vent�anni, fino agli anni Novanta, abbiamo assistito al trionfo del mito dell�imprenditore. Nel quale si identificavano tutti i lavoratori autonomi indipendenti. I non-dipendenti. Negli ultimi mesi, � riesplosa la questione dei ceti medi. A differenza di quando, oltre trent�anni fa, Paolo Sylos-Labini, forn� loro definizione e misura, oggi i ceti medi appaiono quanto mai in-definiti e vaghi. Una formula usata, spesso, con finalit� polemiche e di propaganda. In cui confluiscono figure diverse. Lavoratori autonomi, piccoli proprietari, partite IVA, impiegati. Un po� alla rinfusa. Associati, nel linguaggio comune, alla "protesta" e alla "delusione".

        Cos�, gli operai sono finiti ai margini. Anzi: fuori scena. La "classe operaia": una parola vecchia. Sostituita dai "nuovi ceti popolari" (ne hanno scritto, di recente, Magatti e De Benedettis). Che riassumono flessibilit� nel lavoro, incertezza e vulnerabilit� sociale. Cococo, contrattisti a progetto, lavoratori part-time e intermittenti, reclutati per telefono. Un�area che cresce, forse, pi� nella percezione che nella realt�. Al contrario degli operai.

        Eppure, questa sottovalutazione, secondo noi, pi� della loro invisibilit�, riflette la cecit� nostra e di chi dovrebbe "rappresentarli". Gli operai, infatti, non sono solamente una "categoria" ampia del nostro sistema produttivo (tra i pochi che ancora "producono"…), ma:

        a) forniscono ancora una identit� condivisa. Visto che il 34% degli italiani, per definire la propria posizione parla, appunto, di "classe operaia" (Osservatorio Demos-Coop, maggio 2006). Mentre solo il 6% richiama i "ceti popolari".

        b) pesano in modo rilevante, sugli orientamenti elettorali. Il recupero del centrosinistra nel 2006, rispetto al 2001, � avvenuto, infatti, soprattutto grazie allo spostamento elettorale, a suo favore, dei lavoratori dipendenti e dei pensionati (come rileva Roberto Biorcio, nel recente volume di Itanes, Dov�� la vittoria?, Il Mulino).

        c) e soprattutto, "rappresentano" una parte della societ� ampia. A cui il programma dell�Unione ha dedicato grande attenzione. L�80% dei lavoratori dipendenti in Italia, nel 2004, dichiarava un reddito complessivo (inclusivo di abitazione etc.) inferiore a 25.000 euro annui lordi. Dunque, sotto i 1.500 euro mensili (inclusi premi ecc., per tredici mensilit�). Gli "operai" (ai gradini bassi del lavoro dipendente) rappresentano (come ha suggerito l�economista Bruno Anastasia) il "popolo di quelli che guadagnano 1.200 euro al mese". Poco pi�, ma anche (spesso) poco meno. E, per sopravvivere, sono costretti a praticare lavori e lavoretti. Quando � loro possibile. (Non tutti hanno il privilegio del "nero"). Oppure, se non dispongono di altre entrate in famiglia, se non hanno casa di propriet�, procedono navigando a vista.

        L�insoddisfazione degli operai di Mirafiori nei confronti del sindacato riflette la precariet� di questa parte della societ�, pi� ampia di quanto non si immagini. Esprime, inoltre, una domanda di rappresentanza, particolarmente esplicita, verso un governo considerato "amico". Perch� il problema non � solo di "recuperare", dalla revisione della curva dell�Irpef, qualche decina di euro, che rischia di venire riassorbita dalla pressione di altre tasse, in ambito locale. Pi� importante, forse, � evitare che le loro voci risuonino come echi di un passato che non si rassegna a passare. Per non rimuovere, insieme agli operai, anche le questioni che essi sollevano.