Lavoro, la riforma Maroni non crea nuovi occupati

09/02/2004


  economia e lavoro




domenica 8.02.2004
Lavoro, la riforma Maroni non crea nuovi occupati
L’indagine dell’Isae su circa 6mila imprese non rivela variazioni significative rispetto al 2002. Cresce l’interesse degli imprenditori verso le forme di precariato

ROMA La riforma del mercato del lavoro non cambia granché della disponibilità delle imprese ad assumere. È quanto emerge da un’indagine dell’Isae compiuta su un campione di 5.800 aziende.
Il 25,7% degli imprenditori intervistati si è detto pronto a fare nuove assunzioni per il prossimo anno, ma la percentuale è pressoché identica (25,8%)a quella rilevata dall’Isfol poco più di un anno fa, nell’ottobre del 2002, quando cioè la riforma (la legge 30) non c’era. Le dichiarazioni di intenti non sono mutate di anno in anno neanche per quanto riguarda i canali di reclutamento della forza lavoro, aspetto fortemente «innovato».
Anche in questo caso infatti il 29,5% delle imprese disposte ad assumere ha dichiarato il suo favore per il ricorso alle agenzie, appena lo 0,3% in più (praticamente nulla) di quanto registrato dall’Isfol a fine 2002 quando la quota di mediazioni era pari al 29,2%.
All’interno di questa cornice, il 18,4% degli imprenditori ricorrerebbe
al lavoro interinale, percentuale che sale al 21,2% se si ricomprende
lo staff leasing, ovvero il lavoro interinale a tempo indeterminato.
La tendenza è in netta crescita rispetto alla rilevazione Isfol che 15
mesi fa dava la propensione verso l’interinale al 7,8%. Sembra invece
non avere molta presa il part-time che peraltro la riforma ha riveduto
andando decisamente incontro alle esigenze delle imprese, ciò nonostante il lavoro a tempo parziale, che pure cresce, non decolla come dovrebbe attestandosi al 13,2% a fronte di una sua diffusione tra i lavoratori dipendenti pari al 9,2% (nell’ottobre scorso).
Secondo l’Isae una spiegazione starebbe nel fatto che «questa tipologia di lavoro, ancorché poco diffusa rispetto alla media europea, è concentrata in un numero ristretto di imprese disposte ad accoglierla». Quel che cresce significativamente tra i datori di lavoro è l’interesse verso i contratti a progetto, ovvero la formula che dovrebbe sostituire le co.co.co, le collaborazioni coordinate e continuative: del 25,7% degli imprenditori disposti ad assumere ben il 14,1% è orientato verso questo tipo di c ontratto.
La pole position spetta però ai contratti di apprendistato che raccolgono il 40,4% dell’interesse, e strettamente correlato è il 37,2% di favore che viene accordato ai contratti di inserimento previsti al posto dei contratti di formazione lavoro.
Cresce anche l’interesse per le agenzie private di collocamento: è infatti dell’11% la quota delle imprese interessate a questo canale e la
percentuale sale al 14,8% se si comprendono i nuovi soggetti come enti locali, scuole, enti bilaterali e associazioni di rappresentanza. In passato, sempre secondo l’Isfol, le agenzie private non andavano oltre il 3,6% che saliva al 10,6 se si ricomprendevano le associazioni di rappresentanza o istituti di formazione.
Decimale in più o in meno non distragga dal fatto centrale: il lavoro
di cui si parla è flessibile o, per dirla con i detrattori, precario ancorché regolarizzato (sembra una contraddizione, ma tant’è). Con tutti i rischi del caso come ha messo in evidenza un’altra indagine, quella condotta dalla S3 Studium sul «futuro della flessibilità nel terziario» secondo cui nei vari comparti dei servizi entro il 2008 la legge 30 farà crescere l’occupazione, ma destabilizzerà i lavoratori che si ritroveranno spesso privati di tutela economica e di strumenti di reinserimento, alla fine di un rapporto di lavoro temporaneo insomma, molti dei nuovi lavoratori si ritroveranno abbandonati
a se stessi. Inoltre se nel prossimo quinquennio toccheranno 15 milioni gli occupati nei servizi alla persona, saranno in netto calo quelli di banche e assicurazioni, del commercio e del terziario-pubblico.

fe.m.