“Lavoro” La «flessibilità» di Damiano senza «distorsioni»

02/02/2007
    venerdì 2 febbraio 2007

    Pagina 9 – CAPITALE & LAVORO

    La «flessibilità» di Damiano,
    ma senza «distorsioni»

      Il ministro del lavoro ipotizza una durata massima di quattro anni per la precarietà contrattuale; con qualche ammortizzatore

        Francesco Piccioni

        «Bisogna pensare se sia opportuno sostituire lo scalone, innalzato in una notte dal governo di centrodestra, con degli scalini più morbidi». Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha chiosato così la sortita della Corte dei conti a favore dell’innalzamento dell’età pensionabile. Ma da sinistra gli si potrebbe facilmente ricordare che c’è ben poco da pensare: l’abolizione dello scalone (non la sua «sostituzione») era scritta a caratteri cubitali nel programma elettorale dell’Unione. Basterebbe rispettare quell’impegno.

        Il contesto in cui Damiano ha parlato era quello del convegno organizzato da Legacoop – un mondo «fortunato», quanto a stabilità del posto di lavoro, anche se non proprio perfetto: sui 52.800 occupati l’86% ha un contratto a tempo indeterminato – e ha colto l’occasione per dirsi contro l’«eccesso di flessibilità» che «distorce anche la concorrenza». Damiano, sul tema della precarietà, sta da tempo coltivando una posizione «centrista», in linea con i «riformisti» della maggioranza. E il discorso di ieri ha chiarito ulteriormente l’orizzonte entro cui si va muovendo: «non sono assolutamente contrario al lavoro flessibile», perché «non possiamo pensare di tornare a vecchie rigidità», ma «anche se «capisco che un’azienda voglia provare per quattro anni una persona, dopo ci deve essere la stabilizzazione».

        Quattro anni di contratto precario. Questo il limite temporale che il governo promette alle aziende. Certo un po’ meno dei «nove anni di incertezza» testimoniatigli da una hostess dell’Alitalia, ma assai più dei «quindici giorni» in uso ai bei tempi della «rigidità operaia».

        Anche sulle forme contrattuali «atipiche» Damiano non lascia spazio a fantasie «riparatrici»: istituti come il contratto a progetto e il contratto a termine saranno mantenuti, ma «eliminandone gli effetti distorsivi», ossia la «reiterazione all’infinito», limitando a quattro gli anni di «prova» surrettizia così ottenuti (l’apprendistato, in effetti, è un’altra forma contrattuale già esistente). Si vuole imitare Zapatero, insomma, ma in uno dei suoi passaggi meno brillanti.

        I risultati prodotti da questi primi mesi di governo vengono ovviamente definiti «confortanti», e indica non a caso il settore dell’edilizia – il più martoriato dalle morti sul lavoro – dove in quattro mesi sono stati sospesi 518 cantieri e ben 300 sono stati chiusi, con l’«emersione» di 40.000 lavoratori (una goccia nel mare dei 3,5 milioni di dipendenti «in nero», ammette anche Damiano).

        Ma anche qui si pensa di procedere favorendo un «processo di naturale stabilizzazione del mondo del lavoro», senza strappi (ossia nuove leggi che azzerino il disastro provocato da Berlusconi e Maroni). Il metodo resta quello concretizzato con la finanziaria: incentivi (come la riduzione del «cuneo fiscale») per le imprese che trasformano posti precari in occupazione stabile. E se dopo quattro anni quel lavoratore non vi piace, beh, potete sempre cambiarlo (domanda: cosa accadrà del lavoratore licenziato dopo tre anni e mezzo di «flessibilità»? ricomincerà da zero in un’altra azienda o si porterà dietro la sua «anzianità di precario», risultando così inassumibile se non in pianta stabile?).

        L’unica concessione al tanto bistrattato welfare arriva con l’accenno alla necessità di introdurre – ma non è la prima volta che viene spiegato – «ammortizzatori sociali» anche per le piccole imprese e il lavoro «non standard». Ma «senza che si trasformino in assistenza mascherata», ci mancherebbe.