Lavoro killer, morti bianche in aumento

25/07/2002

25 luglio 2002



Lavoro killer, morti bianche in aumento
Rapporto Inail, 40 morti in più nel 2001. La Cgil: «Operai sottoposti a ritmi insostenibili. I precari e gli interinali non vengono formati»
ANTONIO SCIOTTO


ROMA
Nuovo rapporto annuale dell’Inail, cattive nuove dal mondo del lavoro: non solo aumentano gli incidenti, ma crescono in modo preoccupante le morti sul lavoro. Gli infortuni passano da 1.022.693 del 2000 a 1.029.925 registrati nel 2001. I casi mortali crescono, sempre nei due anni, da 1.412 a 1452. Quaranta «morti bianche» in più. Particolarmente pesante il bilancio del settore industria e servizi, che da solo conta ben 38 morti in più rispetto al 2000 (da 1.229 a 1.267, +3,1%), e dove molto penalizzate sono le donne, i cui incidenti sul lavoro sono aumentati di oltre il 5%. «Una crescita, quella degli infortuni – spiega Francesca Re David, della segreteria nazionale Fiom Cgil – che si può spiegare soprattutto sulla base di due fattori: l’aumento dei ritmi di lavoro e l’ingresso sempre più massiccio dei precari nella catena produttiva».

Dai numeri alle storie concrete. Re David ricorda «il recente incidente nello stabilimento Zanussi di Susegana, dove l’esplosione di una linea di montaggio ha ucciso una lavoratrice e ha provocato diversi feriti». «L’ansia degli imprenditori di basare il profitto sui volumi prodotti e sui risparmi anziché sulla qualità – continua la dirigente Fiom – porta a incidenti di questo genere: la produzione non viene fermata neppure quando si ha il sentore di un rischio. L’imperativo è quello di far andare avanti comunque le lavorazioni, bisogna produrre a ogni costo». A essere caricati di maggiore lavoro non sono solo i dipendenti, gli operai «classici», ma sempre di più il peso si concentra sugli «atipici», giovani che lavorano con contratti precari a fianco dei colleghi più anziani: «Quest’anno sono morti due lavoratori interinali – spiega Re David – E non è un caso. I precari non vengono formati né informati. Vengono sbattuti in produzione senza un’adeguata preparazione sulle macchine né una conoscenza delle normative di sicurezza. La stessa legge 626, che l’attuale governo punta a smantellare, potrebbe proteggere molto di più i lavoratori se fosse meglio applicata».

Per quanto riguarda il settore agricolo, l’Inail registra una forte diminuzione degli infortuni, che si riducono del 6,5%, come anche diminuisce il numero delle morti (da 172 a 164). Dati che però vengono contestati dalla Flai Cgil, sindacato dei lavoratori dell’agroindustria, secondo cui «le cifre riportate dall’Inail non rispecchiano la realtà del settore». «L’istituto di assicurazione – spiega Felice Mazza, responsabile Saat (Sicurezza alimentare ambiente e territorio) della Flai Cgil – tende a scoraggiare le denunce di incidenti da parte dei lavoratori, in quanto il settore agricolo è fortemente deficitario. Anno per anno sono state rigettate migliaia di domande, tanto che gli stessi lavoratori sono indotti a non presentarle più, preferendo far comparire gli infortuni minori come malattia». Dati alla mano, Mazza spiega che nel 1999 su oltre 91 mila denunce, 18 mila non sono state riconosciute come incidenti, mentre nel 2000 su 84 mila denunce ben 29 mila sono state rigettate, ovvero oltre un terzo.

Elevato, sempre nel settore agroalimentare, il numero degli operai e braccianti infortunati nel primo giorno di lavoro: non sono lavoratori particolarmente sfortunati, bensì messi in regola solo all’ultimo momento, all’atto dell’incidente, magari anche dopo anni di lavoro nero. «I controlli – spiega Mazza – sono efficaci solo quando i lavoratori sono organizzati e favoriscono le ispezioni. Altrimenti, è facile che gli imprenditori facciano sparire rapidamente tutte le irregolarità quando arrivano gli ispettori. Assolutamente inefficace, fino a questo momento, si è rilevato lo strumento della Commissione paritetica per la sicurezza in agricoltura, composta da sindacati e imprenditori, istituita sul piano nazionale e con strutture provinciali nel 1996». «Solo le grandi industrie – conclude il responsabile della Saat Flai Cgil – applicano al loro interno la 626, per una questione di immagine. Ma queste stesse imprese spesso decentrano la produzione a piccole ditte artigiane, dove la sicurezza è purtroppo assente».