Lavoro in fuga Restare in Italia (e sopravvivere) non è impossibile

29/07/2010

L’aveva detto appena arrivato inazienda, passando dal capitalismo familiare della Merloni elettrodomestici a quello non dissimile di Luxottica, più o meno sei anni fa: vorrei che diventasse un’impresa globale. Dalle Marche al Veneto, dai frigoriferi agli occhiali, come ad di Luxottica Andrea Guerra si può dire soddisfatto: un marchio presente in 130 paesi,
60mila dipendenti, la gran parte del fatturato all’estero. La più internazionale delle aziende italiane. Eppure, il 70% della produzione è rimasta qui, concentrata tra il Veneto e la fabbrica vicino a Torino dove si confezionano (persino a mano) i Persol. «Solo » il restante 30% è approdato tra Cina, India e Usa. Aggirare l’imperativo categorico della delocalizzazione, della chiusura di stabilimenti in Italia per aprirli dove la manodopera viene viacomeil pane, nonè impossibile. «Se si punta sul costo della manodoperanonc’è competizione – confermano da Luxottica – Ma è il Made in Italy il vero fattore di successo, la nostra stella polare. E anche il rapporto costruito negli anni col territorio non è pensabile buttarlo via». Un’altra azienda che difende a denti stretti ilMade in Italy è la Tod’s di Diego Della Valle: certonon è confinata nell’entroterra marchigiano, ma considera la produzione italiana la garanzia qualitativa necessaria per sostenere il proprio giro d’affari.
ECCEZIONI
Per moda, lusso, calzature, forse è più semplice. Le aziende si sono ormai orientate su più linee di produzione: la prima è rigorosamente made in Italy, a scendere invece la produzione si trasferisce in Cina, India, Romania, Bulgaria, Slovacchia. Con le dovute eccezioni. Moretti Polegato, patron di Geox, ha definito la delocalizzazione «un malenecessario imposto dal mercato ». In effetti: le scarpe con i buchi hanno il marchio italiano, ma vengono prodotte a Timisoara, Romania (1.750 dipendenti che assicurano il 20% della produzione, lavorando su turni di 24 ore), in Slovacchia, Brasile, Vietnam, Cina. A Montebelluna si occupano di altro: dal controllo di produzione alla ricerca. Ma anche al di là di abbigliamento e calzature, la delocalizzazione non è inevitabile. L’esempio più luminoso è quello di Indesit Company, radici e testa marchigiane e sviluppo soprattutto all’est Europa, il cui presidente Vittorio Merloni (che da qualche mese ha passato il testimone al figlio Andrea) è l’unico dei tre fratelli eredi del fondatore Aristide a non aver ceduto alla sirena del lavoro a costo zero. L’unico, peraltro, che sembra avere la forza necessaria a sopravvivere. L’aveva detto appena arrivato in azienda, passando dal capitalismo familiare della Merloni elettrodomestici a quello non dissimile di Luxottica, più o meno sei anni fa: vorrei che diventasse un’impresa globale. Dalle Marche al Veneto, dai frigoriferi agli occhiali, come ad di Luxottica Andrea Guerra si può dire soddisfatto: un marchio presente in 130 paesi, 60mila dipendenti, la gran parte del fatturato all’estero. La più internazionale delle aziende italiane. Eppure, il 70% della produzione è rimasta qui, concentrata tra il Veneto e la fabbrica vicino a Torino dove si confezionano (persino a mano) i Persol. «Solo » il restante 30% è approdato tra Cina, India e Usa. Aggirare l’imperativo categorico della delocalizzazione, della chiusura di stabilimenti in Italia per aprirli dove la manodopera viene viacomeil pane, nonè impossibile. «Se si punta sul costo della manodoperanonc’è competizione – confermano da Luxottica – Ma è il Made
in Italy il vero fattore di successo, la nostra stella polare. E anche il rapporto costruito negli anni col territorio non è pensabile buttarlo via». Un’altra azienda che difende a denti stretti ilMade in Italy è la Tod’s di Diego Della Valle: certonon è confinata nell’entroterra marchigiano, ma considera la produzione italiana la garanzia qualitativa necessaria per sostenere il proprio giro d’affari. ECCEZIONI Per moda, lusso, calzature, forse è più semplice. Le aziende si sono ormai orientate su più linee di produzione: la prima è rigorosamente made in Italy, a scendere invece la produzione si trasferisce in Cina, India, Romania, Bulgaria, Slovacchia. Con le dovute eccezioni. Moretti Polegato, patron di Geox, ha definito la delocalizzazione «un malenecessario imposto dal mercato ». In effetti: le scarpe con i buchi hanno il marchio italiano, ma vengono prodotte a Timisoara, Romania (1.750 dipendenti che assicurano il 20% della produzione, lavorando su turni di 24 ore), in Slovacchia, Brasile, Vietnam, Cina. A Montebelluna si occupano di altro: dal controllo di produzione alla ricerca. Maanche al di là di abbigliamento e calzature, la delocalizzazione non è inevitabile. L’esempio più luminoso è quello di Indesit Company, radici e testa marchigiane e sviluppo soprattutto all’est Europa, il cui presidente Vittorio Merloni (che da qualche mese ha passato il testimone al figlio Andrea) è l’unico dei tre fratelli eredi del fondatore Aristide a non aver ceduto alla sirena del lavoro a costo zero. L’unico, peraltro, che sembra avere la forza necessaria a sopravvivere.