Lavoro in affitto, dietro il «boom» la voglia di imparare dei giovani

09/04/2001


La Stampa web



ECONOMIA Lunedì 09 Aprile 2001

Tra il ’98 e il 2000 gli interinali sono passati da 50 mila a 450 mila. Il 63 per cento aveva meno di trent’anni
LAVORO IN AFFITTO, dietro il «boom» la voglia di imparare dei giovani
ROMA. Nel ‘98 erano stati 52 mila, nel 2000 i lavoratori interinali, avviati «in affitto» nelle aziende erano già arrivati a 450 mila. Tutti, ovviamente con un regolare contratto di lavoro che ha costituito spesso la prima forma di guadagno sicuro. Infatti i giovani che hanno usufruito di questa soluzione erano la stragrande maggioranza: il 32,4% aveva meno di 25 anni, un altro 31,1% era compreso tra i 25 ed i 30. I dati sono del ministero del Lavoro, elaborato da Italia Lavora, sede a Bergamo, una delle società che reclutano i lavoratori e li smistano alle aziende. Indicano un tipo di impiego già ben definito nelle caratteristiche essenziali: «sistema» in genere per tre mesi (25% dei casi), o per un periodo più lungo, che va da 5 mesi a un anno (28%) ed è probabilmente la sostituzione di periodi di maternità. Punto d’approdo, in quasi la metà dei casi, l’azienda metalmeccanica (44,8%, circa 155 mila nel 2000). L’industria attira il 77% dei lavoratori interinali. In fabbrica entrano soprattutto operai: sono infatti nove su dieci i lavoratori in affitto dell’industria. Una percentuale più che doppia di quella americana (29%) ma anche di quella spagnola (34%) soprattutto a causa – ricorda il ministero – del tessuto produttivo italiano. E’ l’anomalia italiana, rispetto agli Usa, dove gli interinali del commercio sono il 51,8% contro il 17% che si registra in Italia. Ma da noi, ricorda il ministero, l’ossatura del settore servizi è fatta di una galassia di piccole e piccolissime imprese che ricorrono a questa forma di flessibilità soltanto in casi eccezionali. Il lavoro interinale per ora resta comunque concentrato nel Nord (nell’area c’è il 76% degli sportelli complessivi) e anche nel Sud spesso le agenzie «reclutano» lavoratori per offerte di lavoro che arrivano dalle regioni settentrionali. La sola Lombardia occupa più di un terzo dei lavoratori interinali italiani. E mentre il 98% dei lombardi che lavorano in affitto sono impiegati in un’azienda nella regione solo il 57% dei meridionali che hanno scelto questa forma di lavoro sono occupati in imprese del Sud. Un dato scontato, sottolinea Enzo Mattina, presidente di Confinterim, la maggiore associazione del settore: «Il boom – dice – era prevedibile perchè in precedenza non esisteva una forma legale di flessibilità. Tutte le soluzioni erano al limite, oppure oltre il limite e si ricorreva a tutte le forme di cooperativa o di collaborazioni occasionali. La mole del ricorso all’interinale è proporzionale allo sviluppo dell’industria manifatturiera, quindi molto più al Nord». Il boom del 2000 fornisce però indicazioni finora sconosciute sulle motivazioni alla ricerca di un lavoro, anche se flessibile: «Molti giovani e soprattutto le donne sono vivaci: arrivano alle nostre agenzie disposti ad accettare qualunque lavoro. Non per acquiescenza, ma consapevoli che ogni esperienza contribuirà ad aumentare il “punteggio”, le referenze per un prossimo impiego». Così anche l’azienda ha imparato ad apprezzare l’utilità del lavoro interinale e ad uscire dal giro del lavoro nero, fino al ‘98 obbligato per far fronte alle emergenze: «Si sta dimostrando un teorema – spiega Mattina – che il “nero” non nasce come reazione all’alto costo del lavoro. Infatti la flessibilità è più cara, ma consente di avere una data certa sulla fine del rapporto e non obbliga l’azienda a tenere una persona a comunque libro paga».[b.g.]