“Lavoro” Imprese di pulizia: lo straccio racconta

02/03/2007
    venerdì 2 marzo 2007

    Pagina 13 – CAPITALE & LAVORO

    Imprese di pulizia: lo straccio
    racconta il lavoro delle donne

    Milano

    Un lavoro invisibile, faticoso, di ripiego, segregato. Oltre l’80% degli addetti sono donne, quasi il 50% sono migranti, l’88% lavora part time, spesso con orari spezzati che colonizzano l’intera giornata, salario medio tra i 400 e i 500 euro al mese, l’82% è assunto a tempo indeterminato ma ad ogni cambio appalto rischia di scivolare ancora più in basso. E’ il profilo basso e duro del lavoro nelle imprese di «pulimento», un settore cenerentola nonostante conti mezzo milione di addetti. Alle donne che puliscono mense, ospedali, scuole, uffici, stazioni la Filcams Lombardia ha dedicato un convegno, con la consapevolezza d’essere «in debito» verso di loro. Un debito, ammette il segretario nazionale Ivano Corraini, che il sindacato non riesce a onorare. «Non riusciamo a rinnovare i contratti in tempi normali e in condizioni normali». Questa volta il contratto è scaduto da 21 mesi e le distanze al tavolo della trattativa restano enormi. Le imprese offrono 50 euro d’aumento per i full time, contro i 90 chiesti dal sindacato, e «in cambio» pretendono di non pagare i primi tre giorni di malattia e la maggiorazione del 25% per gli straordinari.

    Pretese assurde, offensive «per noi che già abbiamo meno delle altre categorie», dice Maud Marie Rabaie, delegata della Marcas agli Ospedali Riuniti di Bergamo, «siamo persone umane, non stracci». Lo straccio è il filo conduttore e la voce narrante di Angeli all’inferno. Il libro, scritto da Paolo Baldereschi e Stefania Nicoli della Filcams Toscana, ha dato il via al convegno. Passa di mano in mano lo straccio e racconta le storie di vita e di lavoro di alcune donne. Due gli scopi del libro, spiega Stefania Nicoli. «Coinvolgere chi questo lavoro non lo fa, incrocia le donne delle pulizie e neppure dice buongiorno e buonasera. Lanciare un urlo all’interno del sindacato». Susanna Camusso, segretaria della Cgil Lombardia, sottolinea il nesso tra l’invisibilità sociale e lo scarso peso attribuito a questo lavoro dal sindacato. I motivi sono stessi: perchè lo fanno le donne, perchè lo fanno le migranti, perchè è un’estensione del lavoro domestico di cura. «Non attribuire pari valore e pari dignità a tutti i lavori è già un tradimento della confederalità», afferma Camusso. L’autocritica non si ferma qui: «La Cgil non può continuare a fingere che ci sia la parità salariale tra uomini e donne».

    In un settore dove il lavoro costituisce l’80% dei costi, osserva Melissa Oliviero (Filcams Milano), gli appalti al massimo ribasso sono «la radice del problema». «Vogliono i pavimenti lucidi, i cestini vuoti e spendere poco», sintetizza Annamaria Zambarbieri, delegata della Team Service. Se non si taglia di netto quella radice, il sindacato al massimo contratterà la riduzione del danno. «Finché non ci saranno sanzioni cogenti, tutti continueranno con gli appalti al massimo ribasso», dice Corraini. Il principio che garantisce il mantenimento del posto di lavoro al cambio appalto, sancito dall’articolo 4 del contratto nazionale, «è sforacchiato da tutte le parti».

    M.Ca