“Lavoro” Il virus degli esclusi (L.Gallino)

06/11/2006
    domenica 5 novembre 2006

    Prima Pagina e Pagina 27 – Commenti

    Il virus degli esclusi

      Luciano Gallino

        Nel programma di governo 2006-2011, con cui l�Unione ha vinto le elezioni, sta scritto: �Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi n. 276 e 360 che moltiplicano le tipologie precarizzanti. Per noi la forma normale di occupazione � il lavoro a tempo indeterminato�. Di fronte a un impegno cos� esplicito, sono tanti gli elettori dell�Unione, ed i lavoratori precari, ad aver l�impressione che nei sei mesi trascorsi il governo su questo tema non si sia speso a sufficienza. Sembra che nella finanziaria alcuni provvedimenti anti-precariet� vi siano, ma a parte il fatto che la legge cambia ogni ventiquattr�ore, i loro possibili effetti, sepolti in un testo di insondabile complessit�, appaiono incomprensibili alla gran maggioranza degli interessati.

        E bisogna dar atto al ministro del Lavoro Cesare Damiano, cui sono state rivolte critiche sicuramente ingenerose, di avere utilizzato la normativa vigente per temperare da subito gli aspetti pi� negativi della legge 30. Per� dal governo di cui � membro molti si aspettavano che ponesse subito mano, pi� che ad una serie di correttivi della legge vigente, alla elaborazione d�una nuova legge complessiva sul lavoro che ne sappia cogliere le novit� ma tuteli anche alcune fondamentali acquisizioni che la precedente generazione di lavoratori, sindacalisti e giuristi ci avevano consegnato.

        Se si pone mente allo scarto che gli elettori, compresi quelli precari, avvertono tra il programma dell�Unione e le realizzazioni da essa compiute finora per migliorare la situazione del mercato del lavoro, non dovrebbe apparire poi cos� scandaloso che alcuni esponenti del governo abbiano partecipato ad una manifestazione il cui senso sta nell�invitare l�insieme del governo a darsi una mossa per affrontare di petto, e presto, la questione del lavoro precario. Una legge generale per il lavoro, e contro la precariet�, sarebbe stato a ben vedere un impegno da affrontare nei primi cento giorni di governo. Ne sono trascorsi ormai pi� del doppio, ma se non si cambia marcia, in tema di legislazione sul lavoro, si rischia di finire per affrontare la questione a met� 2007 se non pi� avanti. Centomila precari in piazza mandano a dire che non si pu� pi� aspettare tanto nel mettere in pratica quelle quattro righe del programma dell�Unione.

        � arcinoto che nel governo vi sono al riguardo posizioni differenti. Da un lato coloro che credono sia possibile e utile mantenere la flessibilit� dell�occupazione mirando a evitare, per mezzo di pi� efficaci ammortizzatori sociali (termine e concetto orrendi, ma tant��), che essa si trasformi in precariet� del lavoro e della vita. Dall�altro quelli che credono invece che l�occupazione con data di scadenza a breve appuntata sul petto della persona al lavoro – poich� a questo equivalgono i contratti atipici e i contratti a tempo indeterminato – si configuri implacabilmente come un�anticamera della precariet�. Al fine di ridurre le distanze tra gli uni e gli altri potrebbero forse servire un paio di considerazioni che traggono anch�esse lo spunto dalla manifestazione di Roma.

        La prima � che le dimensioni del problema lo hanno ormai trasformato da circoscritto problema del mercato del lavoro a vasto problema sociale e politico. Per quanto sia arduo valutarne con precisione il numero – come si fa, per dire, a contare quelli che hanno una partita Iva imposta da un padrone che poi li fa lavorare come dipendenti? – si pu� stimare che il numero complessivo dei lavoratori che a vario titolo hanno un�occupazione con data di scadenza, per lo pi� a breve termine, si aggiri sui tre milioni e mezzo-quattro milioni. Inclusi i familiari, le persone direttamente toccate sono quindi almeno il doppio, sette od otto milioni. Almeno un terzo dei precari lo sono da lustri o decenni. Tutti vanno incontro, e per parecchi l�evento non � lontanissimo, a pensioni miserande, dell�ordine del 30% o meno di un salario medio. Siamo dinanzi, in altre parole, a un gigantesco processo di esclusione ed emarginazione sociale che riguarda almeno il 15 per cento della popolazione italiana. Senza contare coloro che hanno un lavoro stabile, ma che l�ansia trasmessa dalla visibilit� e diffusione dell�occupazione precaria sta ponendo in stato di forte disagio. In ambito politico simili processi preparano la strada a due scenari: un massiccio astensionismo elettorale, o il successo di qualche rinnovato pifferaio di Hamelin.

        Chi non abbia orecchio per il tasto politico, dentro l�Unione, potrebbe forse ascoltare quello economico. La diffusione dell�occupazione precaria equivale a scaricare ogni giorno migliaia di camion di ghiaia nei complessi ingranaggi dell�economia contemporanea, ovvero, per chi preferisca metafore high tech, a introdurre gran copia di virus devastanti nelle sue reti informatiche. L�economia richiede oggi pi� che mai formazione continua; sviluppo di culture del lavoro e dell�impresa condivise; assunzione di responsabilit� del lavoratore in tema di tempi e qualit� del prodotto; motivazione personale a lavorare con scrupolo e lealt� derivante dalla sicurezza dell�occupazione, del reddito, dei propri diritti sul lavoro. Giusto le sicurezze, tangibili e misurabili, che secondo l�Organizzazione Internazionale del Lavoro definiscono il lavoro decente. Se si offre ad alcuni milioni di persone un lavoro indecente, ossia precario, perch� viola tutte o quasi le suddette sicurezze, non ci si lamenti poi che la produttivit� del lavoro � troppo bassa, e la competitivit� delle imprese � scarsa.

        Lo stesso giorno della manifestazione di Roma � stato raggiunto l�accordo tra governo e sindacati per il rinnovo del contratto per il pubblico impiego. � una buona notizia. Era un accordo atteso e necessario. Tuttavia, data la concomitanza dei due eventi, qualche precario potrebbe magari pensare che il governo un minimo di attenzione in pi� poteva riservarla anche a lui (o lei). E qualche solerte critico dei sindacati potrebbe per una volta aver ragione – una soltanto – se si affrettasse a ripetere, come suole, che i sindacati sono forti nel difendere le istanze di chi ha un lavoro stabile, e alquanto fiacchi quando si tratta di sostenere coloro che un lavoro stabile se lo sognano.