Lavoro, il prezzo pagato – di Massimo Giannini

15/03/2002


 
VENERDÌ, 15 MARZO 2002
 
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IL PREZZO PAGATO
 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

Per evitare la guerra con la Confindustria, il governo Berlusconi rinuncia alla pace sociale. Il rilancio della modifica dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per ora, sovverte una resa che fino alla scorsa settimana pareva scontata.
SEGUE A PAGINA 17
 
VENERDÌ, 15 MARZO 2002
 
Pagina 17 – Commenti
 
Lavoro, il prezzo pagato
 
 
 
 
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
MASSIMO GIANNINI

Escludendo lo stralcio e riproponendo la delega, il Cavaliere assegna la rivincita ad Antonio D´Amato. Abbandona il proposito di spaccare il fronte sindacale. Il grande consenso sociale che Cofferati è riuscito a costruire intorno alla sua campagna contro il governo ha indebolito fino ad esaurirla la possibile sponda «collateralista» di Pezzotta e Angeletti. Cisl e Uil non sono riuscite a smarcarsi dalla Cgil. A questo punto, prende corpo l´ipotesi di uno sciopero generale congiunto delle tre confederazioni.
«Faranno lo sciopero dei padri contro i figli». Lo slogan del premier è efficace, ancorché falso. Berlusconi decide di andare alla resa dei conti sui licenziamenti. «Con dolore», giura lui stesso. Ma fanno premio le ragioni politiche, alle quali si piegano i suoi alleati. Come ha detto ieri in Consiglio dei ministri: la Cgil incarna un «partito». E il centrodestra deve batterlo, se non vuole perdere la faccia oggi. E soprattutto se vuole evitare di perdere le elezioni domani. L´appoggio dei sindacati, per il Cavaliere, è irrecuperabile. A questo punto, tanto vale bastonarli. Magari irridendoli, come farebbe un vecchio padrone delle ferriere: «Con le loro manifestazioni a Barcellona hanno trovato un altro modo per campare la giornata senza lavorare…».
La sfida del Cavaliere sui licenziamenti è ad alto rischio politico. E di basso profilo economico. La Banca d´Italia non risparmia un palese sostegno alla politica economica del Polo. Nel Bollettino Economico pubblicato proprio ieri ripete che «un´adeguata flessibilità dei rapporti contrattuali, anche nell´ambito di una revisione dell´assetto delle forme di lavoro» è un passo essenziale «per la crescita e la produttività». Ma aggiunge che tutto questo si deve accompagnare ad «una più efficace organizzazione dei servizi pubblici e privati per l´impiego, una ridefinizione degli incentivi all´occupazione e degli ammortizzatori sociali».
D´Amato si dichiara soddisfatto perché «finalmente comincia la stagione delle riforme». Ma una riforma è tale se, con un pacchetto articolato e complesso di cambiamenti normativi e contrattuali, riordina e rinnova un intero sistema. La semplice deroga all´applicazione dell´articolo 18 nelle imprese che emergono dal sommerso o in quelle del Sud che trasformano in contratti definitivi quelli a tempo determinato, non è «una riforma». E´ una misura estemporanea: un «prestito» sul lavoro mutuato dalla cultura anglosassone, che non prevede però il «risarcimento» sul Welfare che quella stessa cultura garantisce. Non si può importare in Italia l´occupazione flessibile di Blair, senza costruirgli intorno una rete di protezioni solidali e di indennità di disoccupazione pari a quelle messe in campo dal premier inglese.
Questa delega introduce la sospensione di un diritto applicata a chi già ne è deficitario: i giovani del Mezzogiorno, quelli che lavorano in nero o a termine. Sicuramente non salda il patto generazionale tra i padri e i figli. Nega ai secondi le garanzie dei primi. Probabilmente non crea il boom di posti di lavoro. Secondo la stessa Banca d´Italia, nel 2001 si è parzialmente esaurita la spinta propulsiva del lavoro flessibile. Rispetto a una crescita globale del 2,1% dei nuovi occupati, pari a 434 mila persone, «i nuovi occupati dipendenti a tempo indeterminato e a tempo pieno sono stati 392 mila, mentre il numero degli occupati a termine si è ridotto di 110 mila unità». Anche la «quota degli occupati a tempo parziale sul totale dei dipendenti si è ridotta all´8,5%». Al di là dei proclami ideologici le imprese italiane, se e quando è possibile, manifestano una preferenza inerziale verso la stabilizzazione, non la precarizzazione dei rapporti di lavoro.
Nel mercato globale, in cui tutto cambia dappertutto, neanche l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori può essere un tabù. Ma Berlusconi sceglie il modo più insensato per «violarlo». Lo aggredisce a monte e senza un´idea minima di rifondazione dello Stato Sociale, piuttosto che a valle di una proposta complessiva autenticamente riformatrice. In questo deserto di progettualità politica del centrodestra avrebbe molto più senso, semmai, limitarsi a un obiettivo più modesto: discutere con i sindacati una riformulazione del concetto di «giusta causa di licenziamento». Magari ricomprendendovi anche le crisi aziendali o congiunturali. Il lavoro flessibile, in una società complessa e in un´economia aperta, è un´opportunità. Va colta, assecondata, ma inquadrata in una cornice di equità sociale compatibile. Se diventa una minaccia, una pura sottrazione o un´operazione a somma positiva solo per le imprese, non produce benefici economici, e genera solo malefici politici.