Lavoro, il miraggio del sindacato parastatale – di Eugenio Scalfari

10/06/2002

9 giugno 2002

Lavoro, il miraggio del sindacato parastatale

Ci sono tre milioni di lavoratori "stabili e continuativi" compensati al netto e senza contributi Solo la Cgil chiede che siano estesi loro l´articolo 18 e altre garanzie
Con la scusa del sommerso si gioca una partita molto grossa Confindustria e il governo in realtà puntano ad avere come controparte semplici patronati


EUGENIO SCALFARI
NON mi interessa, almeno per ora, ragionare sulla posizione «isolata» della Cgil che si è ritirata dal negoziato sul mercato del lavoro tra governo e parti sociali. Ne parleremo naturalmente, visto che questo tema è diventato una sorta di ossessivo ritornello che desta stupore (finto) e amarezza (fintissima) nell´animo del presidente del Consiglio, del presidente della Confindustria e dei segretari della Cisl e della Uil, oltre a monopolizzare l´attenzione del 90 per cento a dir poco dei mezzi di comunicazione.
Ma prima mi interessa invece esaminare l´andamento del negoziato complessivo che si sta svolgendo su tutti e quattro i tavoli aperti dal governo (lavoro, fisco, Mezzogiorno, sommerso) con la partecipazione anche della Cgil a esclusione del primo. Avvengono infatti cose interessanti in queste riunioni, ma stampa e televisione – chissà perché – trascurano di segnalarle come meriterebbero.
Cisl e Uil, pur con prudenza, si sono finora dichiarate «moderatamente soddisfatte»; Confindustria e governo vedono un accordo sempre più probabile e ne traggono lieti auspici per il rilancio dello sviluppo economico. Solo la Cgil fa il muso anche ai tavoli ai quali partecipa e anche questo suo malumore o scarso entusiasmo viene messo in conto al «signor Niet». Stupore, amarezza, con la tenue speranza (finta anche quella) che gli eredi del signor Niet – alias Sergio Cofferati – si ravvederanno tra pochi giorni, quando il loro leader sarà finalmente uscito di scena.



Vediamoli, questi fatti, presentati dai «media» come altrettanti spot che si ascoltano e si memorizzano come fossero verità rivelate.

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Il primo spot riguarda il fisco e qui è Tremonti il maestro delle cerimonie.
Illustra per l´ennesima volta le grandi linee della riforma fiscale che da lui prenderà il nome: riduzione dell´Irpef a due sole aliquote, 23 e 33 per cento; deduzioni dall´imponibile per mantenere un minimo di progressività; innalzamento del tetto di esenzione per i redditi minimi; riduzione dell´Irpeg di un punto percentuale nel 2003.
Si farà per gradi assumendo il 2005 come termine ultimo. Ma intanto si comincia da subito, cioè nel 2003, alzando il tetto dell´esenzione e applicando l´aliquota del 23 ai redditi medio-inferiori. Per finanziare questa prima tappa il ministro dell´Economia mette sul tavolo una cifra tra i 10 e i 15 mila miliardi di vecchie lire. Le parti sociali (Cgil esclusa) plaudono «moderatamente»; Confindustria rogna un po´ perché l´aliquota del 33 tarderà ancora e sull´Irpeg siamo alle bazzecole, ma nutre fiducia.
Bene. Osservo intanto che oscillare tra i 10 e i 15 mila miliardi non configura una forchetta ma un forchettone pari a un terzo della somma prevista. Non è affatto poco. Qualcuno seduto a quel tavolo ha chiesto al ministro da dove verranno i fondi necessari a questo sgravio ma non ha avuto risposta.
Forse posso aiutare chi ha manifestato questa insoddisfatta curiosità: per 3.500 miliardi si utilizzerà la somma destinata a rimborsare il drenaggio fiscale dovuto ai lavoratori dipendenti sulla base dell´inflazione programmata; per 5.500 miliardi si tratta delle riduzioni fiscali già previste dal governo Amato nel Dpef per il 2001-2003. Ecco trovati senza fatica 9 mila miliardi già considerati dal precedente governo. Vedrete che alla fine il maestro delle cerimonie si fermerà qui e rinvierà a tempi migliori la diminuzione dell´aliquota Irpef dal 24 al 23 per cento. Per l´Irpeg non c´è problema: anche in quel caso i fondi erano già stati accantonati dal governo precedente.
In sostanza Tremonti attuerà nel 2003 il programma ereditato da Visco.
Niente di male, ma non si vede la novità.

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Passa qualche giorno e il governo si presenta all´appuntamento con le parti sociali al gran completo: quattordici ministri, un nugolo di viceministri e sottosegretari. Questa volta il ministro delle cerimonie è Maroni che presenta, niente meno che il Nap, National Action Program (chissà mai perché lo hanno denominato in inglese). «È la prima volta che un governo presenta un piano per l´occupazione che copre un intero quadriennio» dichiara il cerimoniere. E´ vero, infatti è la prima volta che la Commissione di Bruxelles ha imposto quest´obbligo di monitoraggio a tutti i paesi membri dell´Unione europea.
Il Nap prevede la creazione di un milione e 400 mila nuovi posti di lavoro entro il 2006. Fantastico, il miracolo comincia dunque a materializzarsi. Ma Berlusconi vuole di più. Calcolando anche l´anno in corso pronostica un milione e 800 mila posti di lavoro.
Pezzotta dichiara che è bene aspettare i fatti prima di batter le mani.
Perfetto. Ma nessuno dice come vengono fuori le cifre del Nap. Ancora una volta mi permetterò di spiegare l´arcano: dal 1998 al 2001 l´occupazione è aumentata mediamente di 350 mila unità all´anno al netto dei licenziamenti.
Moltiplicate questa cifra per quattro (2003-2006) e avrete esattamente il milione e 400 mila di Maroni; metteteci dentro anche il 2002 e avrete il milione e 800 mila di Berlusconi.
Il Nap è un esercizio previsionale: Maroni ha proiettato su quattro anni il trend verificatosi nei quattro anni precedenti. Se poi le cose andranno veramente così è tutto da vedere, come giustamente ha osservato il buon Pezzotta. Quanto sta accadendo in Fiat non è esattamente un buon auspicio.
Lo spot funziona come quello che afferma «chi beve birra campa cent´anni»: vai poi a verificare. Ma qui c´è da aggiungere che tra il ’98 e il 2001 le cose sono andate effettivamente così anche senza toccare il famigerato articolo 18. Vogliamo rifletterci?

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Per il sommerso Maroni, tra le altre proposte, ha formulato quella di stabilire per legge che ai lavoratori emersi sarà pagato uno stipendio pari al 70 per cento dello stipendio attuale. Sia la Cisl che la Uil hanno fatto la faccia feroce e Maroni ha ritirato la proposta con grande soddisfazione della coppia Pezzotta-Angeletti.
Ma il giorno dopo, esattamente il giorno dopo, la norma è stata varata tal quale Maroni l´aveva proposta. Nessuno ha fiatato. Quisquilie.
In realtà, con la scusa del sommerso, si sta giocando una partita molto grossa. Il governo e la Confindustria puntano alla creazione su tutto il territorio nazionale di organismi bilaterali composti pariteticamente dalle associazioni territoriali dei datori di lavoro e dei lavoratori.
Questi organismi sarebbero largamente finanziati dallo Stato e avrebbero vari compiti: gestire il collocamento, contribuire a snidare il sommerso e a farlo emergere, gestire provvidenze e assistenze di vario tipo e ancora non meglio identificate. Di fatto il sindacato si trasformerebbe almeno in parte in una sorta di «patronato» e di gestore di opere un po´ sul modello dell´Istituto delle Opere di Comunione e liberazione.
Una trasformazione di questo genere significherebbe la fine del sindacato quale lo abbiamo conosciuto fin dai tempi di Di Vittorio e di Pastore e poi di Lama, di Trentin, di Carniti fino ad arrivare a Cofferati.
Diventerebbe ricco, il sindacato-patronato, assumendo in supplenza alcuni poteri e attribuzioni dello Stato; molto più ricco dei partiti che non hanno più occhi per piangere, salvo quelli di Berlusconi naturalmente.
La tentazione d´accettare dev´essere molto forte. Cofferati ha subito detto no. Per l´ennesima volta si è isolato.

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Ma perché, benedett´uomo, questa pulsione all´isolamento? E perché i suoi lo seguono senza esitazioni? Tutto per quella scemenza dell´articolo 18? Tutti, assolutamente tutti, sostengono che le modifiche al 18 saranno minimali; per di più adottate in via sperimentale. Ma certo, se nel frattempo l´occupazione prendesse il volo, allora si avrebbe la prova che è bastato smuovere quel mattoncino per infondere coraggio alle imprese grandi, medie, piccole, sommerse. E allora? come dice Gerry Scotti quando il suo ospite indovina i quiz di «Passaparola». Allora! Vuol dire che basta avere la facoltà di licenziare per procedere ad assumere in massa. A volte basta il volo d´un passero per far crollare un muro di calcestruzzo. E allora! Ma chi decide se l´occupazione ha preso il volo? Abbiamo già visto che negli scorsi quattro anni è aumentata di quasi un milione e mezzo di unità, con il 18 in piena vigenza. Nei prossimi quattro anni il governo prevede la stessa cifra. Con il 18 immutato o modificato? Maroni ha messo le mani avanti: col 18 modificato naturalmente; se non c´è modifica non c´è aumento di occupazione.
Dunque, a parità di condizioni, l´occupazione è aumentata dal ’98 al 2001 e resterebbe invece al palo nel 2003-2006? Ma allora! Scherzate o fate sul serio? Perché alla lunga i nodi (e le bugie) arrivano al pettine e a strapparli «l´è un laurà de la madona» .

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Vorrei aggiungere ancora un dettaglio, chiamiamolo pure così. Ci sono in questo momento sul mercato del lavoro circa tre milioni di lavoratori atipici e il loro numero sta rapidamente aumentando. Si tratta dei cosiddetti lavoratori stabili e continuativi, di fatto lavoratori dipendenti ma fuori ruolo. Sono compensati al netto, senza contributi; non sono coperti da alcuna tutela di giusta causa. Una legge per tutelarne i diritti fu approvata nella scorsa legislatura da un solo ramo del Parlamento con i voti del centrosinistra ma poi decadde. Adesso nessuno ne parla più, la Confindustria la aborre e fece carte false perché non venisse approvata nella legislatura precedente, il governo altrettanto, Cisl e Uil sembrano ignorare completamente il problema.
La Cgil tempesta per estendere il 18 e le altre provvidenze di garanzia anche agli atipici. Ma naturalmente è isolata. Di Rutelli non ho notizia, di Treu meno ancora.
Quando Cofferati sostiene che l´Italia è il paese dove il mercato del lavoro è tra più flessibili d´Europa, le persone perbene (Berlusconi, Tremonti, D´Amato, Follini) ma anche quelle in via di ravvedimento sindacali provano come abbiamo detto stupore e amarezza. Ma il leader (ancora per tre settimane) della Cgil dice una semplice verità. Tra qualche anno poi, atipici, interinali e precari aiutando, il nostro sarà il paese più flessibile del mondo e finalmente, finalmente, ogni persona potrà gestire individualmente il proprio contratto di lavoro come ogni sano liberismo suggerisce. Se ci saranno vertenze un giudice-terzo deciderà: Brambilla Mario contro General Motors, Ruotolo Salvatore contro Telecom, Bautasso Luciano contro Fiat. Non è questo che fa grande un paese? Non è questo che tutti volevamo, noi liberali e democratici veri, noi riformisti senza pregiudizi, capaci di cogliere le speranze vere della gente?
Perciò, caro Sergio Cofferati, cerca di ravvederti anche tu finché sei in tempo. Intanto goditi la tua meritata vacanza alla Pirelli e rifletti. E fatti invitare sulla barca del dottor Tronchetti Provera. Anche lui, ci scommetto, sarebbe felice di vederti ravveduto e corretto.