“Lavoro” Garibaldi: «Ecco come si salvano i precari»

04/06/2007
    domenica 3 giugno 2007

    Pagina 13 – Politica

      Posto fisso e salario minimo
      “Ecco come si salvano i precari”

      L’economista Garibaldi contro il lavoro atipico «Mette a rischio il sistema-pensioni»

        RAFFAELLO MASCI
        ROMA

        Fine della precarietà. Lavoro stabile e garantito per tutti fin dal primo giorno. Ma con alcuni «step»: i primi sei mesi sono di prova, i successivi tre anni sono di «inserimento», con un salario minimo (826 euro al mese) ma garantito. E poi la stabilità, con contributi previdenziali da subito al 33%.

        La proposta è stata illustrata ieri da Pietro Garibaldi – economista dell’università di Torino nonché membro di uno dei più quotati club di pensiero economico, cioè il sito lavoce.info. – nel corso del festival dell’Economia di Trento, ed è giunta all’indomani del vertice di maggioranza, durante il quale il governo ha fissato un’agenda che pone la «questione precarietà» ai primi posti.

        «La precarietà – dice l’economista – costituisce un freno alla produttività e alla crescita del sistema: i problemi principali legati ai contratti atipici sono la poca formazione, la previdenza e il “dualismo”, cioè la difficoltà a passare all’altra fascia di mercato, quella dei contratti a tempo indeterminato, una volta che si è iniziato un percorso da lavoratore precario (ci riescono in media non più del 10% degli atipici)».

        La disoccupazione endemica, inoltre, è stata sconfitta solo apparentemente con l’introduzione dei contratti flessibili: dal ‘96 a oggi sono stati creati circa 2,5 milioni di posti di lavoro, una crescita che ha fatto gridare al miracolo e che ha permesso al tasso di disoccupazione di scendere in 10 anni dal 12 al 7%. Ma se andiamo a guardare dentro questo fenomeno, il quadro è sconfortante: il 60% di questi nuovi posti di lavoro sono, per l’appunto, “atipici” (part-time nel 32% dei casi, a tempo determinato nel 14%, di collaborazione continuativa per il restante 13%). Con conseguenze sociali molto gravi: precarietà del lavoro uguale precarietà della vita, salari bassi e quindi scarsa propensione ai consumi e agli investimenti, pochissimo interesse a investire sulla formazione e, soprattutto, una grande bomba previdenziale destinata a scoppiare tra 30 anni, «quando avremo alcuni milioni di persone che andranno in pensione senza una copertura adeguata», avverte Garibaldi. Come se ne viene fuori? La proposta è quella sopra illustrata, e il risultato sarebbe che «dopo i tre anni, tutti i contratti dovrebbero diventare a tempo indeterminato».

        Fulvio Fammoni, il segretario confederale della Cgil che di questi temi si occupa, pur apprezzando alcuni elementi contenuti nella proposta degli economisti della Voce, ne respinge l’impianto, che giudica «una provocazione». «I punti della nostra istanza sono molti chiari – dice -. Il contratto a tempo indeterminato deve essere la norma e solo a questo si possono applicare eventuali agevolazioni (come, per esempio, la riduzione del cuneo fiscale), i contratti precari devono, invece, essere l’eccezione, devono costare di più e quindi essere meno convenienti, devono avere una temporalità limitata e non possono essere reiterati, devono – infine – essere sostenuti da una motivazione adeguata (posso applicarli, cioè, per una esigenza specifica molto settoriale e non per un lavoro che è nella routine di un’azienda) e questo metterebbe fine alle finte collaborazioni».