Lavoro flessibile a quota 13% in linea con la Ue

21/10/2009

Oscilla intorno al 13% le stock di lavoratori italiani con contratti flessibili, a cui si aggiungono le collaborazioni a progetto stimate tra le 370mila e le 800mila. Una media in linea con quella dei paesi dell’Europa a 15, dove si attesta intorno al 14%. A differenza delle altre nazioni, tuttavia, questo fenomeno è piuttosto recente per l’Italia, essendo divenuto una realtà dal 1998 con il pacchetto Treu : da allora nelle assunzioni annuali ha continuato a crescere maggiormente la quota di contratti temporanei, fino al sorpasso degli anni scorsi.
Ma iniziamo dai numeri. Trai 23 milioni di occupati in Italia, circa 2,2 milioni hanno contratti a termine secondo l’Istat. Accanto a loro ci sono i collaboratori, la cui quantificazione varia:
l’lstat ne ha rilevati 370mila nel 2008, l’Ires-Cgil insieme all’ente bilaterale Ebitemp stima invece 836mila collaborazioni coordinate e continuative e a progetto (escludendo amministratori di società e condominio, pensionati, dipendenti e professionisti). Iniziato in ritardo rispetto agli altri paesi in Italia fino a metà degli anni 90 dominava il posto fisso il fenomeno delle assunzioni con contratti flessibili sta crescendo di anno in anno: secondo le elaborazioni Uil su dati lstat, tra gennaio 2008 e giugno 2009 su 17,8 milioni di comunicazioni di assunzioni, solo il 23,9% ha riguardato contratti a tempo indeterminato. Il 62,6% ha riguardato contratti a tempo determinato, il 7,3% collaborazioni a progetto, il 4% apprendistato, l’1,5% tirocini e lo 0,5% contratti di inserimento.
La platea di atipici è un universo molto eterogeneo che l’Ires Cgil ha quantificato in 3,6 milioni: accanto ai già citati Cococo e Cocopro, comprende professionisti con partita lva individuale senza albo, collaboratori occasionali, associati in partecipazione, lavoratori in somministrazione e lavoratori a tempo determinato. Una fetta consistente dei lavoratori flessibili si trova in una situazione di svantaggio, sotto il profilo della contribuzione, dello stipendio e delle tutele che sono inferiori rispetto a quelle dei lavoratori a tempo indeterminato. I collaboratori hanno un’aliquota del 25,7% contro una media del 33% dei lavoratori dipendenti. Avranno pensioni molto pi basse, anche perché la loro retribuzione è mediamente inferiore rispetto a quella dei lavoratori con impiego fulltime. Prendiamo i dati Isfol che nel 2006 calcolava nel comparto privato un reddito medio annuo di 19mila euro per i dipendenti delle medie imprese, di 22,3mila euro per le grandi imprese, nel pubblico di 23,7mila euro per un dipendente, contro i 18mila di un contratto atipico. Per gli autonomi la forbice è ancora pi ampia, la differenza è tra i 3lmila euro di professionisti e artigiani e 17mila euro di un “atipico”. Per la retribuzione si fa riferimento a tariffe del lavoro autonomo o a contratti collettivi per attività equivalenti, ma trattandosi di contratti individuali l’aggancio è puramente teorico.
Ancora maggiori sono le differenze sul versante delle tutele e degli ammortizzatori sociali. Per i collaboratori a progetto il governo Berlusconi ha introdotto un’indennità pari al 20% dell’ultima retribuzione ponendo criteri molto rigidi per l’accesso, tanto che finora ne hanno beneficiato in pochissimi (l’lnps non comunica i dati), «La vera emergenza sono gli ammortizzatori sociali sottolinea Giorgio Santini (Cisl) -. nel primo semestre ben 6mila collaboratori sono stati espulsi, ma il nuovo ammortizzatore previsto dal governo è andato solo a circa 2niila». Eppure in questa fase proprio i lavoratori con contratti flessibili sono i più esposti alla crisi: l’85% delle cessazioni tra gennaio 2008 e giugno 2009 ha riguardato contratti a tempo determinato.