Lavoro, fisco e pensioni Il governo: ora trattiamo

09/04/2002






Lavoro, fisco e pensioni Il governo: ora trattiamo

Ma la Lega boccia la «cabina di regia» lanciata da Fini «Inaccettabile sfiducia a Maroni». Il leader di An: mai detto

      ROMA – Lavoro, fisco e pensioni. Il governo si prepara a rilanciare il dialogo con i sindacati, ampliando il perimetro del confronto e mettendo in coda la questione dell’articolo 18 (procedure dei licenziamenti). Di tutto questo si dovrebbe occupare, subito dopo lo sciopero generale del 16 aprile, la «cabina di regia» che il vice premier Gianfranco Fini propone di «installare» a Palazzo Chigi. Il passaggio, però, appare piuttosto complicato, almeno a giudicare dalle prime difficoltà. Sul versante esterno il segretario della Cgil, Sergio Cofferati apre un altro fronte, attaccando la riforma fiscale del ministro Tremonti. Nello stesso tempo, la proposta Fini non piace ai leghisti e quindi turba gli equilibri nella maggioranza. Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Alessandro Cè e il presidente della Commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti parlano di «mozione di sfiducia» nei confronti del ministro del Welfare, Roberto Maroni, titolare della trattativa su previdenza e flessibilità. Spiega Cè: «Non abbiamo gradito il fatto che Fini dal congresso di An, abbia esplicitato il suo suggerimento sulla cabina di regia a Palazzo Chigi». Aggiunge Giorgetti: «E’ un segnale di sfiducia inaccettabile nei confronti di Maroni. Se la questione non può essere gestita dal ministro del Welfare, quale altro significato può avere la cabina di regia? Forse Fini vuol fare il ministro del Lavoro?». Maroni, impegnato nell’Assemblea mondiale sull’invecchiamento a Madrid, ha usato un tono più diplomatico: «Il confronto con il sindacato è sempre stato nelle mani del governo: il mio ministero ha presentato delle proposte che sono state approvate dal Consiglio dei ministri. Se Palazzo Chigi ritiene di dover gestire il dialogo sociale credo sia una decisione importante».
      Ai leghisti ha risposto lo stesso Fini: «Nessuno vuole mettere da parte Maroni». Il problema, comunque, resta e, con tutta probabilità sarà affrontato nel Consiglio dei ministri di giovedì prossimo. In questi giorni, intanto il governo sta mettendo a punto lo schema che sarà presentato alle parti sociali dopo il 16 aprile. Tutti, dai centristi Marco Follini e Rocco Buttiglione ad Antonio Marzano (liberista di Forza Italia), da Gianni Alemanno (An) allo stesso Maroni, sostengono la necessità di «riaprire il dialogo». Ieri Fini, intervistato a «Porta a Porta», ha fissato qualche paletto politico. Primo: il governo non si farà condizionare dalle elezioni amministrative, perché «sono solo un piccolissimo test». E quindi il vice premier esclude che ci sarà un ampio «rimpasto di governo», visto che «tutti i ministri sono all’altezza», mentre «bisognerà attendere ancora qualche settimana prima che ci sia il nuovo titolare degli Esteri». Secondo: «Lo stralcio dell’articolo 18 non ci sarà. Cofferati se lo metta in testa. La sua posizione da segretario della Cgil è coerente, quanto perversa».
      La novità riguarda, comunque, la sostanza. Come dice Buttiglione «si dovrà mettere tutto sul tavolo, partendo dalle tutele per i nuovi lavori, dalla riforma degli ammortizzatori sociali e poi arrivare a discutere di pensioni, di fisco». Il ministro Marzano preferisce dirlo in un altro modo: «Nel Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria n.d.r) bisognerà indicare le risorse per rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali». Alemanno aggiunge: «Presenteremo un’agenda di temi molto ampia e anche emendamenti alla delega sul lavoro. Nel frattempo può partire il confronto sul Dpef». Il governo, quindi, riproverà (per la terza volta) a riagganciare i sindacati con una lista di temi che, di fatto, sarà poi riversata nel Dpef. Di articolo 18 si tornerà a parlare non prima di due-tre mesi.
      Resta da vedere come reagiranno le parti sociali. La Confindustria non molla la presa. Ieri il consigliere delegato, Guidalberto Guidi, ha ricordato che la «linea è quella nota», rispondendo così anche ai rilievi del presidente della Rcs Cesare Romiti («ci si è cacciati in un vicolo cieco per un problema poco importante»). Dall’altra parte c’è Cofferati, pronto ad aprire il fronte delle tasse: «Se l’obbligo fiscale per i lavoratori dipendenti diventa più oneroso è evidente che la compensazione deve avvenire attraverso la contrattazione salariale». Come dire se la riforma penalizzerà i lavoratori, la Cgil chiederà più soldi in busta paga. Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, non si smuove: «Si può discutere di tutto, ma l’articolo 18 resta un problema. Chi ha scelto lo scontro è stato il governo».
Giuseppe Sarcina