“Lavoro” Eliana, rifiutata perché nera

29/01/2007
    domenica 28 gennaio 2007

    Pagina 24 – Cronaca

      LA STORIA

      A Natale il rifiuto in una pizzeria, poi l´offerta dal gestore di un hotel: se vorrà potrà restare con noi

        Eliana, rifiutata perché nera
        "Ora lavoro e aspetto le scuse"

          Aosta, primo giorno come cameriera: ma l´Italia non è razzista

            DAL NOSTRO INVIATO
            Maurizio Crosetti

            Saint Pierre – La divisa da cameriera di Eliana è bianca. La sua pelle invece è nera. Anche la sua storia è nera, almeno fino a ieri mattina. In compenso è bianca la neve oltre le finestre dell´albergo "Notre Maison", neve vera, inverosimile in questo gennaio tropicale. Forse perché siamo a mille ottocento metri di altitudine sopra le miserie del mondo, molto lontano da quel signor ristoratore di La Salle che il 21 dicembre aveva detto a Eliana Cau di Oristano, nata ventiquattro anni fa nello Zaire e adottata all´età di due: «Noi non assumiamo personale di colore». Il fatto è che Eliana parla italiano con un forte accento sardo, e al telefono il colore della pelle mica si vede. Perciò Luigi Cirina, il ristoratore, anche lui sardo («Viene da Pimentel, provincia di Cagliari, lo stesso paese della mia madrina, pensa com´è piccolo il mondo» dice Eliana e le scappa da ridere) quando se l´era vista comparire nella pizzeria "Da Gigi" per il colloquio di assunzione era, lui sì, sbiancato. «Ma non sono razzista, è stata una scelta imprenditoriale: ho un locale sardo e voglio personale sardo, tutto qui. Comunque sono contento che Eliana abbia trovato un lavoro e le faccio gli auguri».

            Lei resta perplessa. «Pensavo di avere fatto tutta ‘sta strada per niente» racconta, piccola, seria, una voce che è una specie di respiro parlato. «Poi mi hanno offerto l´impiego, davvero non me l´aspettavo, vuol dire che esiste ancora gente per bene. E comunque non penso che l´Italia sia un paese razzista, non avevo mai avuto motivi per crederlo». Ieri, il suo primo giorno di lavoro in questo chalet valdostano di legno e pietra nella frazione Vetan di Saint Pierre, sotto il Gran Paradiso, servendo a colazione e cena nelle sale in cui Lalla Romano visse lunghi e silenziosi anni di vacanza, scrivendo Un caso di coscienza. Ecco, appunto. «Io ho sempre pensato solo a lavorare bene, e il lavoro non si può dare o togliere se sei nero o bianco, alto o basso, brutto o bello. Di solito con i clienti vado d´accordo, spesso ci scambiamo gli indirizzi e ci mandiamo cartoline».

            Sembra una casetta delle bambole, con le statuine di legno e i pizzi, le tovaglie rosse senza una piega e il cerchio dei monti altissimi tutt´intorno. Quassù non arriva neppure l´autobus, si ferma otto chilometri sotto, a Saint Nicolas. Paura della solitudine, Eliana? «No, nelle ore libere guardo la tivù, parlo con i colleghi, leggo, passeggio. E poi scenderò ad Aosta insieme a Katia». Che sarebbe Katia Desaymoz, la moglie del titolare: «Quando lessi la storia di Eliana non ci volevo credere. Noi abbiamo personale multietnico, ragazze polacche e romene, mai un problema». Il marito Johnny Lale Maurix annuisce: «Non è facile trovare giovani quassù, i ragazzi italiani preferiscono altri mestieri, si tratta di trascorrere mesi un po´ fuori dal mondo. Ci dava fastidio che la Valle d´Aosta apparisse come una terra intollerante. Eliana lavorerà con noi per tutta la stagione invernale. Se poi vorrà, potrà fermarsi».

            Quanto guadagni, Eliana? «Mille euro al mese. Ho fatto la stagionale al mare, nella mia Sardegna, a Cala Gonone, però mare o montagna è lo stesso. In famiglia sono contenti, mi ha telefonato anche la ministra Pollastrini dicendo che cose del genere non possono accadere, e che tutti i cittadini sono uguali». È vero che il ristoratore di La Salle ti ha promesso una lettera di scuse? «Sì, ma per il momento non ho ricevuto niente. Ormai la leggerà mio padre. Mi dispiace che quel signore non abbia mai ammesso la verità: ha dichiarato di non avermi assunto per problemi caratteriali, perché davanti a lui giocavo col telefonino, invece appena mi ha vista ha detto: "Ma tu sei di colore? Noi vogliamo italiani". Mi spiegò che dovevo avvertirlo prima, avvertirlo della mia pelle».

            Tutto il paese sa, e le è vicino. Anche perché qui a Vetan si fa in fretta. Venti abitanti, cinque bambini: il venticinque per cento, cioè una bella percentuale di futuro. Il primo giorno di lavoro di Eliana è volato facendo lo slalom tra i tavoli, basso e timido lo sguardo, dalle sette e mezza alle dieci di mattina per le colazioni, dalle sei alle dieci di sera per la cena, e nel mezzo un po´ di ore tutte per lei. Una giornata di sole sfavillante e vento tagliente che a sera alzava ancora polvere di neve oltre le vetrate del ristorante. Bianca, contro un cielo nero.