Lavoro e terrorismo, i due no di Cofferati

25/03/2002







    (Del 24/3/2002 Sezione: Interni Pag. 3)
    Lavoro e terrorismo, i due no di Cofferati
    ROMA
    «Chi ci accusa di aver alimentato un "clima di odio" ci offende, offende la nostra storia e l’intelligenza degli italiani. La storia di uomini e di donne che hanno lottato a viso aperto contro il terrorismo, sempre. Bisogna chiedere a chi ci accusa se può affermare la stessa cosa. Siamo di fronte a un goffo tentativo di demonizzare la libertà di critica. Ma guardino questa piazza, coloro che hanno sollevato non critiche di merito, ma giudizi ingiuriosi verso di noi». L´applauso che prorompe dalla marea umana che circonda il palco da cui parla Sergio Cofferati è fragoroso. Come «fragoroso», pochi minuti prima, è il silenzio assoluto che si produce ovunque durante il minuto in memoria di Marco Biagi. Fragorosa è la dimostrazione di forza – pacata e tranquilla – che la Cgil ha realizzato ieri nelle vie di Roma. Centinaia e centinaia di migliaia di persone – tre milioni, dicono alla fine gli organizzatori – hanno risposto all´appello del più forte sindacato italiano «contro il terrorismo, per la democrazia, per l´affermazione dei diritti». Non una vetrina rotta. Non un solo atto di violenza. Sono le 10. Sergio Cofferati è appena salito sul palco. Intorno, su tutti i lati, fin dove arriva lo sguardo, un mare di persone e di bandiere rosse. Fa un cenno col braccio, a indicare la folla, e sorride: «Sì, la Cgil è sola e isolata…». La «prova» che il segretario generale ha voluto, per mostrare al governo che la sua organizzazione «è in campo», è riuscita oltre le più rosee aspettative. Per dire che la Cgil è pronta a trattare, purché scompaia dal tavolo la riforma dei licenziamenti. O altrimenti, è più che attrezzata per proseguire la battaglia. «La vostra presenza oggi è la risposta più forte alle follie del terrorismo», esordisce il leader della Cgil. Prende la parola, applauditissimo, poco prima delle 13, preceduto da uno studente di Foggia, da un operaio edile immigrato dal Burkina Faso, da una lavoratrice licenziata di Varese e dal segretario della Cgil di Bologna. Un terrorismo che «è tornato a colpire», uccidendo «un uomo che lavorava per definire meglio le regole del conflitto, ucciso com´è stato fatto prima con D´Antona, Tarantelli e Ruffilli», con un tempismo inquietante: l´assassinio è giunto proprio nel momento in cui «cresceva la lotta dei cittadini a difesa dei diritti». La Cgil, spiega Cofferati, oggi più di sempre combatterà «a viso aperto» la violenza armata, e respinge al mittente le accuse «ingiuriose» di contiguità nei confronti delle Br; tocca ora alle forze dell´ordine e alla magistratura – e a chi ha lasciato «nella solitudine una persona minacciata» come Biagi – fare quanto è necessario. Il sindacato, unitariamente, continuerà a combattere il terrorismo «sin dalla prossima settimana». Poi, un durissimo e globale attacco alle politiche del governo, che dalla scuola al fisco, dalla previdenza al Mezzogiorno, dalla sanità al sostegno a un´economia vacillante, ha sbagliato tutto. Realizzando un «modello neoliberista» con «provvedimenti che portano inevitabilmente allo scontro sociale». Scelte di «collateralismo antico» con il mondo delle imprese: «noi – afferma – chiediamo la valorizzazione delle persone, loro ci rispondono con politica di abbassamento dei costi, delle tutele, dei diritti». Perché «loro hanno un´idea di "capitalismo compassionevole", di filantropia. Noi – grida – siamo i figli della solidarietà». Una solidarietà che si deve declinare con «diritti e dignità», per «chi è nato qui, ma anche per chi qui ha scelto di venire a vivere e lavorare». E l´attacco del governo ai «diritti di tutti» è simboleggiato dall´offensiva contro l´articolo 18. «Non si può pensare di dare ai giovani, come noi riteniamo sia indispensabile, dei diritti universali e nel contempo accettare l’idea di toglierli ai padri». Un progetto «neocorporativo e subdolo», perché punta a togliere ai «figli» i diritti che i loro «padri» hanno conquistato. Il governo dice che la riforma dell´articolo 18 mira a rendere possibile un lavoro per i giovani? «Noi rispondiamo così: non c’è nessun rapporto e non c’è mai stato tra la possibilità per un’impresa di licenziare senza ragione e la possibilità per la stessa impresa di assumere». Al contrario, «occorre un sistema universale dei diritti». Così come disse nel 1966 il deputato e costituzionalista Ugo Spagnoli. E dunque, nulla cambia nei rapporti tra la Cgil e il governo. Può un sindacato essere credibile, e accettare di trattare sulle tutele «rinunciando a diritti antichi»? «La risposta è nota – scandisce Cofferati – è un no». Dunque, «non abbiamo paura degli accordi, non abbiamo paura delle trattative, ma non abbiamo nemmeno paura dello sciopero generale che faremo nei prossimi giorni». E se confronto col governo ci sarà, c´è «una condizione di partenza: la trattativa sui temi del mercato del lavoro può iniziare soltanto se vengono stralciate le norme che cancellano i diritti legati all’articolo 18». Infine, un messaggio ai giovani, affinché stimolino i partiti a cambiare, e uno agli intellettuali: «non lasciatevi intimidire».
    Roberto Giovannini