Lavoro e licenziamenti alla prova del voto

12/06/2003

 

 giovedì 12 giugno 2003
Pagina 22 – Economia
 
 
IL REFERENDUM
Ma sull´articolo 18 c´è il rischio astensione
Lavoro e licenziamenti alla prova del voto
      Le imprese con meno di 16 dipendenti rappresentano il 91,4% delle aziende italiane e il 64% dei lavoratori
      Urne aperte domenica e lunedì per decidere sull´estensione delle tutele dello Statuto dei lavoratori
      Sindacati, partiti e associazioni imprenditoriali spaccati, tra sì, no e il tentativo di far saltare il quorum

      RICCARDO DE GENNARO


      ROMA – Il 21 maggio di tre anni fa gli italiani furono chiamati ad esprimersi, nell´ambito dei sette referendum promossi dai radicali di Pannella, su un quesito che chiedeva l´abolizione dell´art.18 dello Statuto dei lavoratori: il referendum non raggiunse il quorum e non passò. Il 15 e 16 giugno prossimi gli italiani (sono 47milioni 200mila gli aventi diritto al voto) dovranno votare invece sul «rafforzamento» dell´art.18, ovvero sulla sua applicazione anche alle imprese che hanno meno di 16 dipendenti (si tratta, dunque, di un referendum speculare al precedente). Dal varo dello Statuto dei lavoratori (1970), infatti, la tutela del reintegro obbligatorio del giudice dopo un licenziamento senza giusta causa (vale a dire discriminatorio) ha coperto soltanto i dipendenti delle imprese con più di 15 lavoratori: il che, statisticamente, significa che sono fuori il 91,4 per cento delle imprese italiane e il 64 per cento dei lavoratori.
      Il referendum per l´estensione dell´articolo 18 è stato promosso da Rifondazione comunista, Verdi, Socialismo 2000 (l´area Salvi dei Ds) e Fiom-Cgil. Successivamente si sono affiancati Arci, Cobas, Rdb-Cub, l´associazione Aprile e – infine – la stessa Cgil, che ha contribuito attivamente al sostegno del sì al referendum («un sì sulla strada dei diritti e delle riforme»), nonostante la presa di posizione dell´ex leader Sergio Cofferati a favore dell´astensione. Per il non voto si sono immediatamente schierate, invece, la Cisl e la Uil. Una posizione, la loro, che coincide con quella dell´intero fronte imprenditoriale guidato dalla Confindustria. Perché il referendum? I promotori sostengono la necessità di una «controffensiva» rispetto alla politica della flessibilità e dello «smantellamento dei diritti» portata avanti dal governo Berlusconi con la riforma del mercato del lavoro (la cosiddetta legge Biagi) e con l´introduzione di una deroga all´applicazione dell´art.18, contenuta nel ddl delega 848bis, per le aziende che, assumendo, salgono sopra la soglia dei 15 dipendenti.
      Chi si oppone al referendum e auspica il non raggiungimento del quorum (se non vota almeno il 50% degli aventi diritto al voto più uno il referendum fallisce) ribatte che «la vittoria del sì sarebbe un danno per le piccole imprese, caratterizzate da un rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore: non esiste, tra l´altro, in alcun Paese del mondo il reintegro per tutti». Nel ´90 Democrazia proletaria sostenne un referendum per l´estensione dell´art.18 anche alle imprese tra i 5 e i 15 dipendenti, ma Dc e Pci misero a punto e fecero approvare una legge, la 108/90, che estese la giusta causa a tutti i lavoratori, ma non l´obbligo di reintegro (sotto i 16 dipendenti c´è un indennizzo tra due e sei mensilità), impedendo il referendum. Ds e Margherita hanno tentato anche questa volta – attraverso una serie di proposte di legge per l´estensione dei diritti – di spegnere la «miccia» del referendum, ma la presenza di un governo di centrodestra, con una politica che va nella direzione opposta, ha impedito una soluzione.