“Lavoro” E c’è chi pensa che i precari non esistono!

21/06/2006
    mercoled� 21 giugno 2006

    Pagina 27 – Cultura/Orizzonti

    E c’� chi pensa che i precari non esistono!

      � LA TESI illustrata in un libro dell’ex sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi e del direttore del Centro Marco Biagi Michele Tiraboschi: per la destra il precariato � una favola

        di Andrea Bajani

          Mentre da un lato c’� chi dibatte sui meriti o i demeriti di una legge (la cos� detta Legge Biagi) al centro della querelle sulla precarizzazione del mercato del lavoro, dall’altro c’� chi si dibatte per urlare a gran voce l’elementarit�, nonch� l’evidenza, dei fatti: �Forrest Gump lo direbbe cos�: Precario � chi il precario lo fa�. Forrest Gump, �con quella disarmante ingenuit� che subito diventa distillato di raffinata saggezza�, produrrebbe cos�, in quattro e quattr’otto, la sua diagnosi lapalissiana. A farsi seguaci di tale saggezza pop non sono due persone qualsiasi ma Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi, rispettivamente ex sottosegretario di Stato presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Berlusconi, e direttore del Centro studi internazionali e comparati �Marco Biagi�. Forrest Gump lo direbbe cos�, e loro anche. Lo fanno dalle pagine di Un futuro da precari? (Mondadori, pp. 227, euro 17,00), un libro sul cui contenuto non ci si � soffermati a sufficienza, e di cui vale la pena riportare alcuni stralci. La tesi di fondo � che la precariet� non esiste, come gi� ci anticipava Forrest Gump (p. 122). La precariet� � una �favola� che � �oggi tanto di moda� (p. 64). O meglio, se esiste, esiste per chi se la merita, perch� �per quanti hanno coltivato le doti della passione e della determinazione � difficile pronosticare oggi un futuro da precari� (p. 45). I protagonisti della �favola�, come indicato nel sottotitolo, sono i giovani, che i due autori invitano, invitando implicitamente se stessi, a conoscere meglio. Troppo spesso, sembrano dire, sono vittime di clich�, i �nostri ragazzi�. �Il vero problema � che nessuno li conosce realmente. Nessuno sa cosa passa per la loro testa e nei loro cuori. Nessuno ha gli strumenti per dialogare con loro, per farli sognare e per toccare le corde pi� profonde del loro intimo� (p.38).

            Maurizio Sacconi quanto Michele Tiraboschi dichiarano una fiducia nei giovani che ha qualcosa di retoricamente commovente: �Sanno essere coraggiosi e belli, i nostri ragazzi; e, parlando con loro, li scopriamo non meno generosi e idealisti di quanto lo siamo stati, da ragazzi, noi genitori. Molti di questi giovani sanno ancora sognare, e lottare con determinazione per un ideale, per un valore, per un mito� (p.42). E ancora: �Hanno energie davvero straordinarie, i nostri ragazzi(…). Chiedono soltanto un’opportunit�. Chiedono semplicemente, e molto banalmente, che qualcuno si fidi e scommetta davvero su di loro� (p.43). Non potrebbe esserci approccio migliore di questo, che � come dire bando alle semplificazioni, bando agli stereotipi. E quando si parla di giovani, e quindi di futuro, non c’� niente di meglio che partire da una prospettiva di fiducia in chi quel futuro � anagraficamente destinato a metterlo in piedi. Gli autori d’altra parte si mettono nella prospettiva dei padri (�Spetta infatti prima di tutto a noi genitori, compiere ogni sforzo utile�, p.33), il che consente loro di parlare con una qualche forma di accorata oggettivit�. Per� c’� un per�. E il per� � che quegli stessi giovani (�coraggiosi e belli�, �generosi e idealisti�) vengono descritti dai nostri autori anche in un altro modo: �Giovani che, non di rado, non hanno la pazienza, e forse neppure l’umilit�, di intraprendere un periodo, pi� o meno lungo, di addestramento sul lavoro� (p. 21). Ancora: �Certamente, i giovani italiani hanno voglia di mettere su famiglia e di avere una casa tutta loro. Ma di fatto, come testimoniano le pi� accurate ricerche empiriche, non fanno poi molto per realizzare questo obiettivo� (p. 28). E ancora: �Il nuovo motto (…)� diventato un martellante “tutto e subito”. E cos� si spiega come mai i nostri giovani rifiutino lavori, ancorch� stabili e professionalizzanti, solo perch� ritenuti umili e faticosi. Ma anche, semplicemente, non alla moda�(p.8). E infine: �Certo, anche i ragazzi sanno perfettamente che non tutti potranno essere famosi. Lo dice la canzone: “Uno su mille ce la fa”. Ma almeno non si chieda loro il sacrificio di un trasferimento, anche se solo di pochi chilometri da casa, n� tantomeno quello di un indesiderato pendolarismo. La soluzione ai problemi deve essere facile e indolore� (p. 9). � questa la risposta che Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi danno ai giovani che chiedono �che qualcuno si fidi e scommetta davvero su di loro�? Per una buona parte dei giovani, dunque, c’� poco da sperare. Ancora meno ci si pu� aspettare dalle generazioni che si stanno formando ora sui banchi di scuola o nelle aule delle universit�: �Non sorprende allora (…)constatare che molte scuole e universit�, (…)siano oggi a tal punto degradate, vuote di idee e di passioni, da diventare poco pi� di un mercato: un mercato a basso costo, e per tutte le tasche, della peggiore delle illusioni, quella della droga. Morire lentamente. (…). Morire a quindici o vent’anni, talvolta non solo in senso figurato, riempiendosi di sostanze stupefacenti, ma anche semplicemente respirando bombolette di butano� (pp. 34-35). L’Italia che raccontano Sacconi e Tiraboschi � anche un paese di giovani debosciati, pappamolli mammoni, che passano gli anni pi� formativi della loro vita avvinghiati a fantomatiche bombolette di butano. � naturale poi che facciano i precari. � naturale che non trovino lavoro: in quelle condizioni sarebbe difficile anche trovare la strada di casa o la forza di rialzarsi dal marciapiede. Essere precari � allora una conseguenza, non una causa: �Il precariato diffuso, la mancanza di un lavoro, il difficile accesso alla casa, la crisi delle sedi dell’educazione e della formazione non sono le cause, ma semmai le inevitabili conseguenze di un silenzioso mutamento sociale� (p. 31).

            Ecco fatto. Ecco l’Italia che ha in mente una parte non piccola del paese, su cui fa presa la facile demagogia di affreschi del genere. Con questo, bisogna imparare a fare i conti. Su questo bisogna lavorare, piuttosto che adagiarsi sulla fotografia, tutto sommato rassicurante, di un’Italia inesorabilmente spaccata in due. � con queste mentalit� che la sinistra deve confrontarsi. Su una cosa, Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi hanno ragione, cos� ragione da rendere del tutto contraddittoria la loro posizione. Sul fatto che a poco o nulla serve incrociare le spade sul merito di una singola legge, se non si lavora a fondo per eliminare gli stereotipi, se non si incoraggia un approccio critico e pi� consapevole (i giovani, scrivono i due autori, �non sono pi� educati alla critica, alla complessit� e al discernimento, alla ricerca della verit�, p. 15). Hanno ragione a dire, citando Rilke, che �sarebbe cos� bello e appassionante tornare a spiegare loro che non abbiamo alcuna ragione di diffidare del futuro� (p. 38). Esatto. Bisogna abbattere i luoghi comuni, radere al suolo gli stereotipi, bisogna trovare il modo di guardare avanti (al futuro, e dunque ai giovani) costruttivamente, di indagare le ragione che stanno alla base di un mutamento sociale effettivamente in atto. Solo, � tutto il contrario di quello che avviene nelle quasi 230 pagine di Un futuro da precari?, zeppe di semplificazioni, di preconcetti e di stereotipi ideologici. E pensare che contiene una domanda, nel titolo. Ma � una domanda retorica. Una domanda che i due autori rivolgono non al paese, ma a Forrest Gump.