“Lavoro” Donne, perché guadagnano meno

16/05/2007
      17 maggio 2007 – Anno XLV N.20

      Pagina 105/106 – Economia

      IL NOSTRO TEMPO

        Donne, perché guadagnano meno

          Lavoro – Troppe impiegate e poche dirigenti. Perciò i salari sono sotto del 25 per cento. Ma c’è chi si salva.

            RAFFAELLA GALVANI

              I grandi numeri non lasciano dubbi e sono impressionanti. Prese nel loro complesso, ancora oggi le donne che lavorano in Italia (e sono circa il 45,3 per cento del totale secondo gli ultimi dati Istat) guadagnano il 25,1 per cento meno degli uomini. Un divario (tabella qui sotto) che assicura al Paese il primato negativo rispetto a nazioni vicine geograficamente e culturalmente, come la Spagna (dove la differenza è del 24,9 per cento) e la Francia (18,4).

              Lo indica una ricerca della Od&m consulting, società di consulenza direzionale specializzata nelle risorse umane che ha raccolto ed elaborato, nel 2006, 332.923 buste paga di lavoratori dipendenti (196.510 in Italia, 65.061 in Francia e 71.352 in Spagna) con l’obiettivo di confrontare la situazione salariale di uomini e donne. «Si parla tanto di pari opportunità, ma siamo ancora lontani dal risultato» dice Mario Vavassori (foto a pagina 106), docente al Politecnico di Milano e presidente della Od&m consulting. Ma dietro questi dati si nasconde una realtà per certi versi sorprendente.

              Già, perché se prese e sommate nel loro complesso le buste paga di donne appaiono decurtate di un quarto rispetto a quelle maschili, le percentuali cambiano, e non di poco, se si confrontano le retribuzioni uomo-donna suddividendole nelle quattro categorie di inquadramento classiche del mondo del lavoro: operai, impiegati, quadri e dirigenti.

              Come risulta dalla tabella pubblicata a fondo pagina, che riporta le cifre assolute degli stipendi medi annui lordi percepiti nel 2006 nei tre paesi considerati dalla ricerca, in Italia la distanza salariale dai colleghi maschi si conferma molto forte (10 per cento) per le impiegate, che si sono dovute accontentare di 24.591 euro contro 27.318, mentre si riduce di parecchio per le dirigenti (4,5 per cento), le donne quadro (3,6) e le operaie (2,5).

              Ma come si spiega il meno 25 per cento del dato generale? Tutto dipende dal fatto che in Italia, più che in altri paesi, le donne che lavorano occupano posizioni medio-basse a cui corrispondono buste paga altrettanto basse. Precisa Vavassori: «Solo l’11,4 per cento delle donne italiane rientra nella categoria dei dirigenti, contro il 15,3 della Francia e il 17,8 della Spagna, mentre oltre il 50 per cento è confinato nella categoria di impiegati (34,3) e operai (17)». Insomma, se lo scarto generale con gli uomini appare così forte è perché in Italia sono davvero poche le donne che approdano a funzioni meglio pagate, e questo abbassa la cifra della busta paga «rosa» globale.

              Però, se le possibilità di carriera per le italiane sono più scarse, le donne che ce la fanno finiscono per cavarsela, a fine mese, meglio delle colleghe francesi e spagnole. In Spagna per esempio, anche quando riescono a occupare una poltrona dirigenziale, le señoras e señoritas incassano uno stipendio inferiore del 12,3 per cento rispetto ai manager di pari grado in gessato grigio e cravatta.

              E non basta. A piccola ulteriore consolazione, i numeri dicono che, anche per chi parte dal basso, la situazione italiana va lentamente ma costantemente migliorando. Alla Od&m hanno messo a confronto le differenze salariali uomo-donna tra il 2001 e il 2006 e i risultati sono confortanti: se le dirigenti hanno ridotto il gap dal 7,6 al 4,5 per cento, anche le impiegate sono scese dal 12,7 al 10 e le operaie addirittura dal 9 al 2,5.

              I motivi? «Da qualche anno la ripresa del mercato del lavoro, soprattutto tra le medie aziende, e il diffondersi presso le società multinazionali di politiche che tendono a eliminare ogni possibile discriminazione stanno dando ottime opportunità alle donne, anche in ruoli più qualificati e non tradizionali come la produzione, i sistemi informativi, il legale, con conseguente progressiva riduzione delle differenze salariali» aggiunge Vavassori.

              Come emerge nella tabella pubblicata in questa pagina, all’interno delle categorie ci sono già diverse funzioni, dal responsabile progettazione prodotto al facilitatore di processi di qualità, dal direttore produzione al direttore amministrazione, dove le donne tallonano i colleghi a poche centinaia di euro di distanza, mentre in alcuni casi, in particolare nelle medie aziende, sono riuscite a sorpassarli. Anche se di pochi euro.

              Certo, gli ostacoli alla rincorsa non mancano, e a volte sono i più inaspettati. «L’Italia è piena di aziende manifatturiere dove eccellenti capireparto o responsabili di produzione donne possono avere difficoltà con operai di origine extracomunitaria, per i quali è difficile accettare di avere un capo con la gonna» avverte Vavassori.

              E poi resta il problema della maternità: anche se le donne oggi sempre più spesso la rinviano, quando addirittura non antepongono il lavoro alla famiglia, nelle aziende resta il dubbio e, tra un uomo e una donna, finiscono per premiare il primo.

              Sarà anche per questo che, quasi sempre, le ragazze che nei primi anni partono in quarta e recuperano posizioni poi si fermano. Alla Od&m hanno calcolato che le giovani impiegate con due anni di anzianità tra il 2005 e il 2006 avevano visto salire lo stipendio del 5,3 per cento contro il 2,1 dei colleghi maschi. Ma già lo scatto si era bloccato per chi aveva tre-cinque anni di anzianità: infatti il tabellone segna per gli uomini più 5,6 per cento a 27.522, e per le donne più 1,9 a 24.926. La rincorsa continua.