Lavoro di notte? Roba da uomini

04/03/2004

ItaliaOggi (Focus)
Numero
054, pag. 4 del 4/3/2004
di Francesco Cerisano


E’ quanto emerge da uno studio Eurispes. Sono 2,5 milioni gli impiegati dalle 22 alle 6 del mattino.

Lavoro di notte? Roba da uomini

Le donne rappresentano solo il 7,3% degli occupati notturni

Il lavoro notturno in Italia è uomo. Sarà perché solo nel 1977 si sono mossi i primi passi verso l’abrogazione del divieto, risalente al 1902, che impediva alle donne di lavorare di notte, sarà perché c’è voluta una condanna della Corte di giustizia europea per spingere nel 1999 il nostro legislatore a riconoscere anche su questo aspetto la parità tra i sessi, fatto sta che le donne che lavorano di notte in Italia costituiscono solo il 7,3% sul totale degli occupati, una percentuale inferiore a quella degli altri paesi europei. In Inghilterra per esempio le donne sono il 14% sul totale degli occupati.

E così l’identikit del lavoratore notturno italiano parla chiaro: maschio, del Nord, operante nel settore dell’industria e delle attività manifatturiere e di età compresa tra i 26 a i 45 anni. In questa fascia infatti si colloca la maggior parte dei lavoratori notturni italiani, il 63,4 per cento, pari a 1.617.000 impiegati. In particolare, il 31,5% (802.000 lavoratori) ha un’età tra i 26 e i 35 anni e il 31,9% (815.000) tra i 36 e 45 anni.

Sono invece 201.000, pari al 7,9%, i lavoratori notturni appartenenti alla fascia 15-25 anni; 628.000, il 24,6%, quelli tra i 46 e i 55 anni; 104.000, il 4,1%, gli appartenenti alla classe di età 56-65 anni.

Complessivamente, al 31 dicembre 2003, in Italia sono presenti 2.550.000 lavoratori impiegati nei turni tra le 22 di sera e le 6 del mattino. È quanto emerge dallo studio dal titolo ”Il lavoro notturno: scelta o necessità” elaborato dall’Eurispes.

La situazione in Italia

Analizzando i dati in relazione alla zona geografica, si osserva che viene fatto uso di lavoro notturno in modo preponderante al Nord (42,4%, 1.801.000 lavoratori), seguito dal Sud (32,5%, 828.000 lavoratori), mentre nelle regioni centrali si registra la percentuale minore (25,1%, 641.000 lavoratori).

A lavorare di notte sono soprattutto gli operai preposti alle industrie ed alle attività manifatturiere (metalmeccanici, cementieri, agroalimentare, panettieri, pasticceri, ecc., 23,5%, 600.000 lavoratori), il personale addetto ai servizi di smaltimento rifiuti e gli addetti alle pulizie (15,7%, 400.000 lavoratori) ed il personale impiegato nel settore dei trasporti, logistica e viabilità (trasportatori merci e materie prime, personale delle ferrovie dello stato, del trasporto aereo, ecc., 13,7%, 350.000 lavoratori). Seguono gli addetti alla sicurezza (forze dell’ordine, forze armate, vigili del fuoco, ecc., 11,8%, 300.000 lavoratori), alla sanità e all’assistenza (medici, infermieri, farmacisti, ecc.,11,0%, 280.000 unità), all’informazione e alle telecomunicazioni (giornalisti, tipografi, operatori call center, tecnici delle telecomunicazioni, 9,8%, 250.000 lavoratori), ai pubblici servizi e alla ristorazione (camerieri, baristi, cuochi, addetti autogrill, portieri, ecc., 9,0%, 230.00 unità).

Il lavoro notturno occasionale risulta più diffuso rispetto a quello abituale. Nel 2002, i lavoratori impiegati saltuariamente di notte rappresentavano il 6,5% sul totale degli occupati, mentre quelli abituali il 5,1%.

Rispetto al 1992 il numero dei lavoratori notturni abituali è aumentato all’incirca dell’1%: erano il 4,3% della forza lavoro totale.

Per quanto riguarda quelli saltuari, lo studio Eurispes osserva come, sebbene la loro percentuale sia aumentata dell’1,6%, il picco più alto si è registrato nel 1996, quando costituivano l’8% degli occupati.

Osservando l’evoluzione del lavoro notturno per genere, si nota un aumento, nel decennio 1992-2002, dei lavoratori abituali sia di sesso maschile sia di sesso femminile, rispettivamente dello 0,8% e dello 0,9%. Per quanto riguarda, invece, i ”saltuari”, sia per gli uomini sia per le donne, si è registrato un incremento nel 1996 rispettivamente dell’1% e dello 0,5% ed una diminuzione nel 2002, per entrambi i sessi.

Secondo l’Eurispes il motivo della minor diffusione del lavoro notturno, rispetto ad altre forme, è da ricercarsi nella normativa sull’orario di lavoro. Questa, infatti, da un lato, riduce la possibilità di assumere personale di notte, escludendo alcune categorie (come, ad esempio, le donne in stato di gravidanza), dall’altro, fa gravare oneri a carico dei datori di lavoro, prevedendo particolari tutele per i lavoratori notturni, come: controlli sanitari periodici, riduzione dell’orario normale settimanale e retribuzione superiore ai diurni.

La situazione in Europa

In Europa, si legge sempre nello studio dell’Eurispes, i lavoratori notturni sono maggiormente presenti nel Regno Unito (21,3%), in Portogallo (20,2%), e Islanda (19,2%). Il paese, in cui si registra la percenutale più bassa, è la Spagna (9,8%). L’Italia con l’11,6% si colloca in una posizione intermedia nella graduatoria europea.

Suddividendo i lavoratori in due categorie, coloro che lavorano sempre di notte ( abituali) e coloro che lavorano qualche volta di notte (occasionali), il paese ad avere la percentuale più alta di abituali è sempre il Regno Unito (12,5%), seguito dai Paesi Bassi (9,6%), Austria (9,2%), Finlandia (9,1%) e Portogallo (8,1%); ad utilizzare meno questa tipologia di lavoro sono la Svizzera (1,8%) e il Belgio (2,1%).

Anche in Italia vi è una bassa percentuale di ”abituali”. Questi, infatti, come sopra detto, rappresentano il 5,1% sul totale degli occupati, un dato al di sotto della media europea (7,0%).

In generale in Europa c’è una maggior presenza di ”occasionali”. Questi sono, infatti, maggiormente diffusi rispetto agli ”abituali” in Belgio, Islanda, Portogallo, Norvegia, Irlanda, Svizzera, Lussemburgo, Grecia, Francia, Spagna, e Italia.

In tutti i paesi europei, il numero degli uomini impiegati con orario notturno è superiore a quello delle donne.

Le percentuali maggiori di uomini che lavorano di notte si registrano in: Regno Unito (27,3%), in Islanda (26,5%) ed in Portogallo (24,7%).

La componente femminile conta percentuali più elevate in: Portogallo (14,8%), nel Regno Unito (14%) in Finlandia (13,5%), Norvegia (13,1%) e Austria (12,7%).

Facendo riferimento esclusivamente alla componente maschile, gli uomini che lavorano ”abitualmente” di notte si trovano soprattutto in Gran Bretagna (15,4%), nei Paesi Bassi (11,2%) e in Austria (11,1%). Una minore percentuale è stata riscontrata in Belgio (2,5%) e in Svizzera (1,7%).

Esaminando i dati relativi alle sole donne, si può notare che il lavoro notturno ”abituale” è più frequente nel Regno Unito (8,9%), in Finlandia (8,1%), nei Paesi Bassi (7,4%) e in Austria (6,9%); è, invece, poco diffuso in Belgio (1,4%) e in Svizzera (2,0%).

Dall’analisi comparativa dei dati relativi ai maschi, si rileva come questi lavorino ”occasionalmente” di notte soprattutto in: Islanda (19,3%) Belgio (17%).

Per quanto concerne le donne, invece, queste sono impiegate ”occasionalmente” soprattutto in: Belgio (10,7%) Portogallo (8,8%) e Norvegia (8,8%).

In conclusione è possibile affermare che l’orario notturno è più diffuso, sia tra gli uomini sia tra le donne, in Gran Bretagna.

La normativa italiana

Attualmente il lavoro notturno è regolamentato dalla legge 25/99, che è stata emanata dopo la condanna della Corte di Giustizia europea, il 4 dicembre 1997, che ha considerato lesive del principio di parità uomo-donna le norme che in Italia vietavano alle donne il lavoro notturno.

Nel 1999, il governo italiano ha emanato il decreto legislativo numero 532 contenente ”Disposizioni in materia di lavoro notturno a norma dell’art. 17 della legge 903/77 e a norma della legge 5 febbraio 1999, n.25”, che ha stabilito per le donne un trattamento uguale a quello degli uomini, tranne nel caso in cui i lavoratori svolgano mansioni che li espongono ad agenti considerati pericolosi.

Il decreto legislativo 532/99 ha previsto all’articolo 3 la possibilità di lavorare di notte per gli uomini che per le donne che ne facciano richiesta. (riproduzione riservata)