Lavoro d´amore: il delicato ruolo delle «badanti»

22/07/2002







(Del 21/7/2002 Sezione: Cultura Pag. 23)
IL DELICATO RUOLO DELLE «BADANTI»
LAVORO D´AMORE

«BADANTI» e colf sono le uniche figure di immigrate di cui si riconosce univocamente la necessità e positività. Lo ha sancito anche la nuova legge sulla immigrazione, pure ispirata da una visione negativa non solo della immigrazione, ma degli immigrati stessi. Come ci dicono spesso le immigrate, siamo uno strano paese. Da un lato diffondiamo una immagine in cui l’immigrazione rappresenta quasi solo un pericolo sia per la sicurezza personale sia per l’integrità culturale; dall’altro affidiamo alle immigrate le nostre cose, ma anche persone, più preziose: le nostre case, ma anche i nostri bambini, i nostri cari più fragili. Ovvero ci mettiamo letteralmente nelle loro mani e a esse affidiamo sia l’accompagnamento degli ultimi anni della vita delle generazioni più anziane sia parte della prima socializzazione dei nostri bambini, delle generazioni future. A questa ambiguità di fondo se ne aggiunge un’altra. Le donne immigrate sono più accettabili degli uomini, anzi preziosissime, perché viste appunto come donne nel senso più tradizionale del termine: addette ai lavori domestici e alla cura delle persone – al di là, e a prescindere, delle eventuali qualifiche che hanno acquisito per altre professioni. Per il solo fatto di essere donne, sono viste come portatrici di competenze necessarie e preziose, di cui si teme, o accusa, la perdita o la indisponibilità nelle donne dei paesi sviluppati. Tuttavia, come è sempre avvenuto per questo lavoro «tipicamente femminile», che sia svolto in modo gratuito per la propria famiglia o in modo remunerato per altri, queste competenze necessarie vengono svalutate sia nel loro valore economico sia in quello professionale. Se esercitate in modo gratuito per la propria famiglia sono considerate come «lavoro dell’amore», la cui necessità appare solo quando non c’è nessuna donna a farlo. Se esercitate in modo remunerato ma sempre nell’ambito privato della famiglia rimangono competenze professionalmente squalificate, ma senza il valore aggiunto della gratuità. Lo stesso neologismo introdotto ufficialmente nella lingua italiana dalla nuova legge – «badanti» – ha un che di squalificante: «badare» è molto meno che prendersi cura, con tutto ciò che questa attività comporta in termini di attenzione per i bisogni sia materiali sia psicologici e relazionali di chi di quella cura ha bisogno. Anche se in realtà noi ci aspettiamo che chi «bada» ai nostri bambini voglia anche loro bene (ma anche non ci sottragga il loro amore), e che chi si occupa dei nostri anziani un po’ fragili sia anche capace di instaurare relazioni significative con loro. Qualificare le donne immigrate che paghiamo perché si prendano cura dei nostri cari come semplici «badanti» è un modo non solo di squalificare il loro lavoro, ma di negare questo «di più» di capacità e di senso che è implicito e atteso nel lavoro di cura.
Chiara Saraceno