Lavoro, contestazioni sprint

23/04/2003




                Mercoledí 23 Aprile 2003
                NORME E TRIBUTI


                Lavoro, contestazioni sprint

                Cassazione – La Corte conferma l’annullamento di un licenziamento sulla base del diritto alla difesa


                ROMA – Una contestazione disciplinare "pigra" rischia di annullare il licenziamento. L’intervallo di tempo trascorso tra il comportamento scorretto del dipendente e il rilievo dell’addebito da parte del datore può annacquare i ricordi del lavoratore, impedendogli di difendersi adeguatamente. Un diritto, quello a un’efficace difesa, che trova la sua garanzia procedimentale nell’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori. Senza contare, poi, che, nel caso di una espulsione per giusta causa, una "lentezza" d’azione da parte di chi firma le buste paga «può indicare la mancanza di interesse all’esercizio del diritto potestativo di licenziare». Ancora una volta, dunque, la Cassazione continua a sottolineare la necessità di una rapida reazione da parte del datore a un inadempimento del lavoratore, tale da non consentire la prosecuzione del rapporto. Con la sentenza 5396/03, i giudici richiamano l’indirizzo giurisprudenziale a sostegno della "duplice rilevanza" dell’immediatezza della contestazione. Da un lato, questa permette al lavoratore «un più preciso ricordo dei fatti», dall’altro la sua assenza, in ambito di licenziamento per giusta causa, può far mettere in discussione la reale intenzione di allontanare il dipendente o la necessità di farlo. Nella dinamica che si attiva quando il dipendente commette un illecito disciplinare, la lentezza iniziale finisce con l’incidere sulla tempistica finale della sanzione definitiva. Il ritardo nella contestazione, quindi, inevitabilmente incide sulla cronologia dell’espulsione che finisce con il non essere immediata. «Il decorso di un lungo intervallo di tempo tra il momento in cui il licenziamento viene adottato – sostiene la Corte – e il momento nel quale il fatto posto a fondamento dello stesso è giunto a conoscenza del datore di lavoro, sta infatti ragionevolmente a significare la compatibilità del fatto stesso con la prosecuzione del rapporto di lavoro ed esclude la sussistenza di una causa giustificatrice di un licenziamento avente immediato effetto risolutivo». A nulla è valso, per il datore di lavoro ricorrente per Cassazione, citare un altro filone giurisprudenziale. In particolare, è stata ricordata la sentenza delle Sezioni unite civili che esorta a una valutazione dell’immediatezza del licenziamento disciplinare per giusta causa rapportata «al tempo necessario per l’accertamento e la valutazione della condotta del lavoratore, ma anche all’eventuale complessità, in concreto, della struttura organizzativa imprenditoriale» (decisione 7889/96). Ed è proprio sotto il peso di una "burocrazia disciplinare" che si è appesantita la procedura di espulsione che la società aveva attivato nei confronti di un dipendente, accusato di irregolarità sulle spese di trasferta. Il passaggio di carte tra l’ispettorato di zona della società e quello centrale ha fatto sì che la contestazione dell’illecito sia arrivata sette mesi dopo la commissione dei fatti. Un ritardo inaccettabile per la Cassazione. BEATRICE DALIA