Lavoro a termine, il sorpasso delle donne

13/06/2001

Corriere della Sera







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ECONOMIA     
Nel periodo gennaio 2000-2001 l’occupazione complessiva è salita di 656 mila unità, più 3,2%

Lavoro a termine, il sorpasso delle donne


Secondo l’Isfol le assunzioni in «rosa» hanno raggiunto il 51 per cento del totale

      ROMA – Ci hanno messo un po’ di anni, ma alla fine le donne hanno superato gli uomini nei lavori a termine. È avvenuto nel 2000, dice l’Isfol, l’istituto per la formazione al lavoro, che ha svolto un’indagine sull’occupazione a tempo determinato. Lo scorso anno le donne con contratto a termine sono aumentate di 69 mila unità e rappresentano oggi il 51% dei lavoratori temporanei (che sono in tutto un milione 403 mila) mentre nel ’96 erano il 46%. Il dato, a una lettura superficiale, potrebbe essere interpretato positivamente, come la dimostrazione che le donne stanno entrando maggiormente nel mondo del lavoro, magari indirizzandosi verso attività più flessibili e conciliabili con la famiglia. Ma non è così. È lo stesso Isfol a spiegare che il sorpasso è dovuto principalmente al fatto che quando l’occupazione cresce, come è appunto avvenuto nel 2000, sono gli uomini e non le donne a beneficiare per primi della trasformazione dei posti flessibili in posti fissi. E quindi i posti temporanei occupati dai maschi diminuiscono e quelli al femminile quasi senza sforzo si trovano davanti. Dal primo gennaio 2000 al primo gennaio 2001, ricorda l’Isfol, l’occupazione è aumentata di 656 mila posti di lavoro (»3,2%). Nello stesso periodo i lavoratori a termine sono cresciuti meno: il 2,8%, pari a 39 mila unità, che risultano però dalla differenza tra un incremento di 69 mila donne e una diminuzione di circa 30 mila uomini. La flessione del lavoro a termine «soprattutto dei maschi al Centro-Nord – osservano i ricercatori – fa presumere che la mancanza di manodopera in quelle aree spinga le imprese a proporre condizioni contrattuali più attraenti o a convertire rapidamente i contratti temporanei in rapporti stabili». In altre parole, nei distretti industriali del Nord, le piccole aziende si strappano tra di loro gli operai offrendo subito il posto fisso a chi magari sta ancora lavorando col contratto di apprendistato o di formazione.
      Sono proprio i dati sulla trasformazione dei contratti a termine in assunzioni a tempo indeterminato a sostenere questa tesi. Esaminando la situazione delle province, l’Isfol ha visto che più è basso il tasso di disoccupazione, maggiore è il numero di conversioni da posti temporanei a posti fissi. Nel Nord il 42,5% dei lavoratori a termine trova un’occupazione stabile, anche presso un altro datore di lavoro. Al Sud solo il 25%.
      Le assunzioni a termine soffrono non solo perché in certe aree il mercato del lavoro è ormai saturo, ma anche perché sono in crisi molti degli istituti contrattuali che vi stanno dietro. L’apprendistato, sottolineano i ricercatori, non decolla, nonostante la riforma, «forse non del tutto compresa e accettata dalle imprese». I contratti di formazione, che un tempo erano il principale canale di accesso al lavoro, sono in via di estinzione perché nel mirino della commissione europea che li ha censurati in quanto darebbero alle imprese sgravi distorsivi della concorrenza. I piani di inserimento professionale «sono al capolinea», dopo il magro rifinanziamento. I tirocinii e il lavoro interinale avrebbero grandi potenzialità, ma per ora coinvolgono un numero limitato di persone. Il lavoro in affitto coinvolge 40-50 mila lavoratori all’anno. E così, in tutto, le forme di lavoro a termine interessano meno di un milione e mezzo di lavoratori. Dentro c’è sia il precariato sia l’area del primo lavoro. Il 49% dei lavoratori a termine, scrive l’Isfol, rimane precario, il 35% conquista un posto fisso, il 9% torna inattivo, il 7% a cercare un nuovo lavoro. Magari a termine.
Enrico Marro


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