Lavoro a tempo, pressing di Salvi

05/03/2001

Il Sole 24 ORE.com


    Contratti
    Il ministro incita le parti sociali a trovare un’intesa: altrimenti il Governo valuterà la via da seguire

    Lavoro a tempo, pressing di Salvi
    Domani nuovo incontro tra sindacati e imprese, ma l’accordo appare lontano – Billè: una rottura sarebbe grave
    Lina Palmerini
    ROMA Lo sa bene il ministro del Lavoro, Cesare Salvi, che sui contratti a termine deve essere pronto anche a esercitare quella che lui stesso chiama «l’ultima carta», ossia un intervento «autoritativo» del Governo. Alla vigilia di un nuovo incontro tra le parti sociali sul contratto a termine l’unica cosa certa, tra tante variabili, è che domani sarà di certo un appuntamento decisivo se non conclusivo. A chiedere di tirare una linea sull’intera trattativa sono i sindacati, in prima linea Cgil e Uil, convinti per ragioni diverse che sia arrivato il momento di dare un finale a una partita che si sta giocando da quasi nove mesi.
    Il finale, però, potrebbe essere a sorpresa. Se infatti molti scommettono e puntano sulla rottura delle trattative, c’è anche la possibilità che a rompersi sia il fronte sindacale con la Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra. Tutto è appeso a un passaggio del negoziato, quello sul rinvio alla contrattazione. «Così come è disegnato nella proposta delle imprese è inaccettabile — spiega Fabio Canapa, segretario confederale Uil — perché da un lato si stabilisce che la contrattazione può definire i tetti massimi di utilizzo del contratto a termine dall’altro si esclude questo rinvio per i contratti fino a 12 mesi. Solo se lunedì le imprese faranno cadere questo passaggio, la loro proposta diventerà interessante». Sulla stessa linea è la Cisl mentre la Cgil è più esigente: chiede infatti che la contrattazione debba definire non solo i tetti massimi di utilizzo ma anche le causali.
    Un’intesa tra le imprese e Cgil, Cisl e Uil sembra quindi molto lontana, più possibili invece le altre due opzioni: la prima è la rottura del tavolo, la seconda è invece una mediazione che metta d’accordo una parte del sindacato e le associazioni datoriali. «Auspico il raggiungimento dell’intesa — continuava a dire ieri Salvi — in caso contrario, il Governo valuterà la via da seguire». Una via che potrebbe essere perfino più impervia di quella percorsa sul part-time sia per il maggiore interesse delle imprese sul contratto a tempo determinato sia nel caso si dovesse rompere il fronte sindacale.
    Ma ieri Salvi ha insistito sul valore della concertazione anche se da noi, da un po’ di tempo, non riesce a dare frutti. «La concertazione e il dialogo tra le parti sociali va perseguito fino in fondo: un intervento autoritativo del Governo deve rappresentare solo l’ultima carta». Questo diceva Salvi pensando soprattutto al caso spagnolo: il governo di Josè Maria Aznar ha infatti introdotto con un decreto nuove regole che alleggeriscono le procedure di licenziamento. «Nel merito — ha detto Salvi — la riforma spagnola ha degli aspetti positivi e altri molto negativi come la maggiore libertà di licenziamento. Ma un governo di destra evidentemente ha meno attenzione per i diritti dei lavoratori di quanto non ne abbia un governo di sinistra o di Centro-sinistra. Per il metodo seguito, e in particolare sul problema della concertazione, sono del parere che bisogna perseguire sempre e tenacemente le intese tra le parti sociali. Del resto, il Governo, sul problema del Tfr, davanti al veto della Confindustria, ha soprasseduto».
    Anche sui contratti a termine è in vista una rinuncia? O il Governo anche in caso di posizioni diverse tra sindacati e imprese eserciterà la delega a riscrivere le norme e recepire la direttiva? Salvi su questo punto ha confermato la posizione dell’Esecutivo: «Si possono avere posizioni diverse — ha detto — ma non sono base di recepimento per il Governo». Certo è che le imprese chiedono certezze. «Sono preoccupato per questa possibile interruzione del negoziato — ha detto il presidente della Confcommercio Sergio Billè — perché il nostro settore ha necessità di contratti a termine più di quello industriale». A confermare l’interesse delle imprese sono i numeri: a ottobre del 2000 erano 1.615.000 i contratti a termine contro gli 885mila dell’aprile del 1993.
    Domenica 4 Marzo 2001
 
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