“Lavoro 6″ La bussola per guidare welfare e sviluppo (C.Damiano)

01/02/2005

    martedì 1 febbraio 2005

      Pagina 15

        Inchiesta

        Come cambia il lavoro

        Proteggere il lavoro «discontinuo»
        La bussola per guidare welfare e sviluppo

        Cesare Damiano*
        *Responsabile dipartimento lavoro Ds

          Nel marzo del 2002, dopo il Congresso di Pesaro, i Ds hanno tenuto a Genova la prima Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori. Alcuni giorni fa, il 15 gennaio 2005 sempre a Genova, si è svolta la prima Assemblea Nazionale delle Unità di base dei luoghi di lavoro. Da Genova a Genova: un percorso nel lavoro, simbolicamente rappresentato da una delle città del mitico “triangolo industriale” dell’Italia del dopoguerra e del “boom economico”, che chiude una prima fase di attività durata tre anni e che ha puntato alla ricostruzione del rapporto tra partito e mondo del lavoro; o, ancora meglio, tra sfera politica e sfera sociale. In questi anni di attività si sono realizzate centinaia di iniziative territoriali e nazionali (quasi 800) che hanno coinvolto tutte le regioni d’Italia, le principali città e decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori, pensionati e cittadini. Come disse il giovane neosegretario dei Ds di Rosignano Solvay, in una delle prime assemblee a cui ho partecipato in questo “giro d’Italia”, dobbiamo di nuovo “imparare a bussare alle porte e a stringere le mani”. Così abbiamo fatto, e questo è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali del successo del partito in tempi recenti. Tra le molte iniziative che sono state realizzate merita una particolare attenzione “L’inchiesta sul lavoro che cambia”, la più vasta ricerca sui lavoratori italiani, come recita il sottotitolo del libro appena uscito e che raccoglie i documenti e le analisi elaborate dal gruppo di studiosi che l’hanno realizzata. Bisogna guardare con particolare attenzione alla ricerca e ai suoi risultati per una serie di motivi. Il primo, è che essa si inscrive in quel filone di “riscoperta del lavoro” che, come ricorda Mimmo Carrieri, dimostra come “il lavoro resti centrale nella costruzione delle identità sociali e nel futuro degli individui”. Tutto questo rappresenta una prima risposta a un lungo periodo di oblio sui temi del lavoro che aveva caratterizzato l’azione della politica, anche a sinistra e non solo in Italia. In secondo luogo, l’inchiesta riprende la tradizione delle inchieste di ricerca sociale sul lavoro e sui lavoratori che, nel PCI, iniziò nel 1977 in preparazione della VII conferenza operaia del partito, e che ha avuto il suo momento più significativo con l’indagine sui lavoratori della Fiat che si svolse nel 1980, pochi mesi prima dello scontro sindacale dell’autunno di quello stesso anno.

            Ma il terzo motivo, per me il più importante, è che questa inchiesta, iniziata con la distribuzione e la raccolta dei questionari nell’autunno del 2002, ha largamente anticipato, attraverso una prima lettura dei dati, le tendenze oggettive e le valutazioni soggettive che hanno determinato il profilo sociale del mondo del lavoro di questo periodo.

              Infatti, dalla prima lettura dei dati emerse già due anni fa che il 20% di un campione di ben 23.000 intervistati dichiarava di “avere difficoltà ad arrivare a fine mese”. Una tendenza che si è evidenziata in recenti inchieste che hanno enfatizzato la crisi dei consumi familiari nella “quarta settimana” del mese. Così come l’aver rinfrescato la nostra memoria collettiva sulla reale distribuzione del reddito in Italia, a partire dal lavoro dipendente, ha contribuito a mettere in luce l’emergere di una “questione retributiva” che oggi richiede nuove politiche di concertazione, di negoziazione salariale e di protezione del potere d’acquisto dall’attacco dell’inflazione. Fra tutti, un dato emerso dall’inchiesta, che all’inizio destò qualche scetticismo, ma che si è dimostrato drammaticamente reale: oltre il 35% dei lavoratori dipendenti percepisce un reddito che arriva fino a 1000 euro netti mensili. All’interno di questa soglia troviamo la gran parte degli operai (appena il 3% di essi supera i 1500 euro netti mensili) e una quota significativa di impiegati. Operai con 35 anni di lavoro alla Fiat nei turni e 1000 euro al mese; con la stessa cifra impiegati delle poste con 25 anni di servizio; operaie tessili con 20 anni di anzianità a 800 euro mensili; laureati addetti ai call-center che racimolano 900 euro, e così via. Senza considerare che circa il 50% delle pensioni dell’Inps arriva fino a 500 euro lordi mensili. Uno spaccato dell’Italia che la dice lunga sulla situazione di ansia e insicurezza che esiste oggi nel paese e che coinvolge non solo i ceti marginali, ma gli stessi cittadini di classe media. Così come sono risultati riconfermati la scarsa valorizzazione e il basso tasso di attività del lavoro femminile. Il nodo più evidente dell’inchiesta, che fa ormai parte del dibattito che nel centro sinistra cerca di definire il futuro e alternativo programma di governo, è costituito dalla percezione, da parte dei lavoratori, del miglioramento delle qualità del lavoro e, contemporaneamente, dal peggioramento delle tutele. In questa contraddizione sta il problema del nostro tempo. Al lavoratore le imprese chiedono giustamente, per la qualità dello sviluppo e del prodotto, migliore qualità del lavoro: cultura, versatilità, polivalenza, cooperazione, saper fare, saper apprendere …

                E in cambio cosa si è disposti a dare? Come ha ricordato recentemente l’Eurispes, il lavoro a termine ha cessato di essere un periodo di transito verso la stabilizzazione dell’impiego per assumere i connotati di una forma di impiego strutturale. È finita un’epoca, quella nella quale i padri potevano dire ai figli: “hai studiato più di me, starai meglio di me”.

                  Accanto al declino del modello ford-taylorista è declinato il suo modello sociale. Un tempo l’ingresso nel lavoro (stabile) era scandito, soprattutto per gli uomini, da tre età, alle quali corrispondevano precisi livelli di scolarizzazione e profili di carriera: 15 anni, media inferiore e lavoro operaio; 20 anni, media superiore e carriera impiegatizia; 25 anni, laurea e possibilità di diventare quadri e dirigenti. Indietro, al tempo del posto di lavoro fisso, non si torna. La buona flessibilità non va ostacolata, perché essa è interna al modello produttivo del just in time. Ma non possiamo costringere i nostri giovani a errare, senza meta, nei percorsi dei nuovi lavori a termine. A questo problema devono provvedere i contratti e le leggi. L’inchiesta ci lancia un avvertimento: è necessario costruire un nuovo welfare capace di proteggere il lavoro discontinuo, ma spingere altresì lo sviluppo qualitativo e sostenibile del nostro paese e dell’Europa verso la scelta che fa della stabilizzazione del lavoro ancora una bussola per rendere compatibili modernizzazione e diritti, competitività e tutele sociali.