“Lavoro 4″ Diritti e tutele: le nuove sfide del lavoro che cambia (P.Fassino)

01/02/2005

    martedì 1 febbraio 2005

      Pagina 15

        Inchiesta

        Come cambia il lavoro

        Diritti e tutele: le nuove sfide
        del lavoro che cambia


        Piero Fassino

        Anche in Italia, nell’ultimo quindicennio, abbiamo conosciuto la “rivoluzione del lavoro flessibile”. Lungo più di un secolo il modello produttivo industriale ci aveva abituato ad una precisa nozione di lavoro: la prestazione lavorativa di un uomo o una donna, per otto ore al giorno, per cinque giorni alla settimana, nello stesso luogo di lavoro per tutta la vita. Era così vero che ciascuno di noi quando aveva trovato un lavoro, lo considerava il “suo” lavoro, convinto che – salvo casi eccezionali – sarebbe stato quello per tutta la vita. Tant’è che quando decidevi di comperarti una casa, la cercavi vicino al posto di lavoro, nel presupposto che lì tutta la vita avresti vissuto, perché in quel luogo tutta la vita avresti lavorato.

        Sappiamo tutti che oggi non è più così. O meglio, non è “solo” più così. Le trasformazioni che hanno mutato la società italiana hanno investito la produzione e il lavoro, nel segno della flessibilità. Si è fatto più flessibile il ciclo produttivo che lavora in presa diretta – just in time – con il mercato; si sono introdotte tecnologie che mutano la qualità del lavoro e il rapporto uomo-macchina; si è generalizzata l’applicazione dell’informatica e la programmazione dei processi produttivi; si è fatto più complesso il rapporto tra produzione e servizi, attività manuali e intellettuali. E tutto questo ha cambiato la distribuzione del lavoro, le tipologie contrattuali, le forme concrete delle prestazioni lavorative.


        Soprattutto ci ha messo di fronte ad uno scenario nuovo nel quale sempre di più vivono affiancati due mercati del lavoro: uno – oggi in continua riduzione – di lavoratori stabili, con contratto a tempo indeterminato e tutele sindacali certe; il secondo – in costante crescita – di lavoratori, per lo più giovani, in condizioni di precarietà, con forme contrattuali temporanee e scarsa possibilità di tutelare la propria condizione.


        Ricomporre questa frattura è oggi una assoluta priorità. Si tratta di individuare il terreno di ricomposizione più giusto ed efficace. Una semplice negazione di ogni forma di flessibilità rischierebbe di essere velleitaria e inefficace. Il terreno vero su cui agire è non accettare l’equivalenza flessibilità = precarietà.


        Se, infatti, è vero che la flessibilità può degradare in precarietà, è altrettanto vero che tale esito non è affatto obbligatorio. Anzi, obiettivo dell’azione politica e sindacale è precisamente evitare quell’equivalenza, affermando l’uguaglianza dei diritti per ogni lavoratore quale che sia la forma del suo lavoro e la modalità contrattuale che la regola.


        Insomma, vivere e lavorare in una società flessibile non può e non deve significare vivere in condizione di precarietà. Un modello di sviluppo fondato sulla precarizzazione del lavoro, come perseguito dal governo Berlusconi, è profondamente sbagliato e non consente di imboccare la via alta della competitività.


        Anche in una società flessibile il lavoro è e sarà una risorsa fondamentale da valorizzare e a cui riconoscere dignità, liberandolo dai rischi continui di precarizzazione. E la piena occupazione e la stabilizzazione del lavoro continuano ad essere obiettivi primari di una politica di sviluppo e di equilibrio sociale. Per questo va perseguita una più intensa relazione tra flessibilità, innovazione e diritti, ponendo le imprese di fronte alla responsabilità di promuovere un più alto contenuto di qualità e di sapere nel lavoro e nelle sue forme di organizzazione. E serve un’azione politica e sindacale che assuma la frontiera dei diritti nelle nuove modalità del mercato del lavoro di oggi. Perché se è vero che i diritti non mutano, il loro esercizio non è mai uguale a se stesso, ma va sempre fatto vivere in sintonia con l’evoluzione degli assetti produttivi e della dinamica sociale del Paese.


        Va ripresa la politica di concertazione con le parti sociali come metodo di programmazione degli obiettivi di sviluppo, di competitività del sistema paese, di reperimento e allocazione delle risorse e, in essa, una nuova politica dei redditi capace di salvaguardare il potere di acquisto delle retribuzioni e delle pensioni. E tutto questo richiede un pieno riconoscimento del ruolo del sindacato e della sua unità, condizione indispensabile per l’efficacia di qualsiasi politica di crescita.


        Vogliamo un’Italia che restituisca “certezze”. Non abbiamo paura di dire questa parola, perché certezza per noi vuol dire mettere ciascuno nella condizione di scommettere su di sé.


        Un lavoro intanto; perché noi continuiamo a considerare che la quantità di lavoro che una società sa garantire ai suoi cittadini è un parametro per giudicare se quella società è civile e giusta. Un lavoro, anche flessibile, ma non precario. Una formazione che accompagni le persone lungo la vita e che non consideri esaurita la sua funzione soltanto quando ha fornito un pezzo di carta di valore legale.
        Una società che sia capace di guardare a se stessa ed al suo invecchiamento come una straordinaria risorsa per riorganizzare i suoi tempi, il suo modo di vivere, i suoi valori e fare dell’invecchiamento attivo una risorsa sia in termini finanziari, sia in termini di esperienza e di professionalità.


        Una società che rompa quelle barriere che molti giovani ci chiedono di abbattere davvero. Quelle barriere di tipo protezionistico e corporativo che oggi sacrificano una generazione e ne comprimono le possibilità.
        Una società che premi il merito e la capacità e che consideri un fattore di giustizia rimuovere tutti gli ostacoli perché ciascuno possa far valere il proprio merito e le proprie scelte di vita.


        Questo è quello che vogliamo. Un’Italia che abbia una visione positiva del suo futuro, un Paese che ripensi e riorganizzi il suo stato sociale affrontando la grande questione oggi che si pone in tutti i grandi Paesi industriali: un basso tasso di crescita che determina un’accumulazione di risorse insufficiente ed inadeguato a rispondere a tutte le domande ed ai bisogni che una società in evoluzione pone.


        Veniamo da una esperienza storica che ha vissuto queste due dimensioni – più mercato e più politiche pubbliche – come separate. La destra storicamente e tradizionalmente ha enfatizzato in termini acritici ed ideologici il mercato, affidando alle sue dinamiche spontanee la risoluzione di ogni bisogno, comprimendo e deprimendo il ruolo delle politiche pubbliche; viceversa la sinistra, che pure da lungo tempo riconosce al mercato il suo valore, spesso ha teso a considerare le politiche pubbliche come l’unico elemento dinamico dello sviluppo e della crescita.


        È tempo di dire che quelle due dimensioni sono complementari. Sono separabili, certo, ma noi non le vogliamo separate. L’alternativa non è tra statalismo e liberismo, ma come si incontrano il dinamismo del mercato e la sfera pubblica. Serve più mercato nelle libere professioni, se vogliamo abbattere tutte le barriere e le incrostazioni corporative e burocratiche che impediscono ad una generazione intera di poter accedere alle attività professionali; serve più mercato nei servizi pubblici nazionali e locali a vantaggio dei consumatori e dei cittadini; serve più mercato nella finanza, come ci dice ogni giorno la vicenda di un mercato dei capitali asfittico che ha bisogno di essere più competitivo e dinamico; serve più mercato in molte attività terziarie e commerciali. E, al tempo stesso, servono più politiche pubbliche, perché non ci sarà più ricerca senza un più forte investimento di risorse pubbliche; nè ci sarà modernizzazione infrastrutturale ed ambientale senza fare di questa scelta una scelta di forte priorità di investimento di risorse pubbliche.


        Non ci sarà innalzamento della scolarità e della conoscenza senza un forte investimento pubblico che scommetta sulla scuola e sull’università in un Paese che, nella popolazione tra i 21 ed i 65 anni, ha soltanto il 12% di laureati a fronte del 38% negli Stati Uniti e di un 33% in Francia, Germania, Inghilterra.
        Non ci sarà la crescita di quel Mezzogiorno che è la nuova frontiera di uno sviluppo che riguarda tutto il Paese, senza destinare lì forti e potenti politiche pubbliche.


        Qui sta la responsabilità del Centrosinistra: contrastare una deriva e offrire al Paese un progetto che restituisca all’Italia il senso di sé, restituisca ad una comunità lacerata e divisa il valore dell’appartenenza e dei legami profondi che devono far percepire ciascuno parte di una comunità nazionale. Una proposta che sia capace di lanciare un messaggio di fiducia ad un Paese smarrito ed incerto. Vogliamo infatti un’Italia che torni a crescere, che scommetta sulle sfide alte della competizione, perché un paese diventa grande se scommette sulla conoscenza, sulla innovazione, sull’internazionalizzazione, sull’innalzamento della qualità tecnologica e del sapere.


        Un’Italia che sia capace di valorizzare i propri territori, i propri marchi, i propri punti di forza tecnologici e produttivi.


        Un’Italia che faccia del rapporto genere umano/natura non un vincolo, ma un assetto fondamentale della sua crescita, del suo sviluppo, dell’applicazione di nuove tecnologie, di nuovo lavoro e di qualità della vita.


        E qui sta il significato di dare centralità assoluta al lavoro.


        Questo sarà possibile attraverso l’assunzione di politiche per l’aumento dei tassi di attività e di occupazione, in particolare dei giovani e delle donne, promuovendo misure di pari opportunità e di conciliazione tra lavoro e attività familiare. Soprattutto attraverso il riconoscimento di diritti e tutele certe per ogni lavoratore, nel lavoro stabile e in quello flessibile, con l’adozione di una Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, di una nuova legge sui Diritti di sicurezza sociale, di una riforma del processo del lavoro, di nuovi provvedimenti che disegnino una rete comune di diritti di cittadinanza (tutela di maternità, paternità, infortunio, malattia, ammortizzatori sociali, formazione permanente). Rafforzando un sistema previdenziale che tenga conto del progressivo allungamento del tempo di vita e che incoraggi la prosecuzione volontaria del lavoro oltre l’età pensionabile, nell’ambito di una generale promozione della “vita attiva” anche nell’età anziana e che incentivi l’uso volontario degli accantonamenti per il Tfr a favore dei Fondi pensione integrativi, a partire da quelli a carattere negoziale.