“Lavoro 2″ La pensione? Per ora meglio il lavoro

07/12/2004
    del lunedì

    lunedì 6 dicembre 2004
    sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 3

    La pensione? Per ora meglio il lavoro
    Nella fascia 60-64 anni l’aumento è stato del 5,2 per cento
    ARTEMIO RUGGERI
    L’ hanno chiamata la "carica dei sessantenni". I dati confermano che nel mercato del lavoro è in corso una rimonta delle persone di mezza età o prossime alla pensione. Come fa notare l’ultimo rapporto del Cnel, la tendenza si sta rafforzando — nel 2003 ben 180mila dei 225mila nuovi posti di lavoro sono andati a persone con 50 o più anni d’età — e ricalca positivamente il processo di invecchiamento della popolazione: dal 1997 al 2003, infatti, la quota di occupati con più di 35 anni di età è salita dal 62,1% al 65,1, erodendo di tre punti quella degli occupati compresi tra i 15 e i 35 anni, tanto che l’età media degli operai è arrivata a 38 anni e quella degli impiegati a 39,2.

    Inoltre, tra il 2002 e il 2003, si è registrato un incremento consistente di occupati nella fascia di età compresa tra 50 e 64 anni. In particolare, il rapporto segnala che, nel sottoperiodo 60-64 anni, l’aumento è stato del 5,2% contro il 4,4% dei 55-59enni e il 3,9% dei 50-54enni.

    Avanzata in rosa. Ancor più significativo è che questa tendenza cresca più nettamente fra le donne: considerando il periodo ottobre 2002-ottobre 2003, il numero delle lavoratrici 55-64enni è cresciuto del 21% (da 558mila a 675mila), mentre i lavoratori maschi della medesima fascia d’età sono aumentati del 6,6 per cento. Al contrario, nel triennio compreso tra l’ottobre 2000 e l’ottobre 2003, l’impiego delle classi più giovani è cresciuto in media del 2,1% (con un tasso più basso nel caso delle donne).

    Nel complesso, gli occupati salgono in media del 4,9% — i posti andati alle donne sono oltre il doppio di quelli degli uomini — mentre i disoccupati calano in media del 2,4%, con un sicuro vantaggio delle femmine rispetto ai maschi.


    L’effetto popolazione. Come si spiegano tali processi, così lontani dai tanti luoghi comuni (in particolare, la teoria secondo cui le imprese "rottamano" i cinquantenni)? Le spiegazioni sono diversificate e intrecciate tra loro. Il Cnel segnala un "effetto popolazione", nel senso che la crescita degli occupati nelle classi più anziane si determina in coerenza con gli andamenti demografici. In pratica, il tasso dell’occupazione aumenta in percentuale non soltanto perché è maggiore la cifra da scrivere al numeratore (la platea degli occupati), ma anche perché flette, per motivi di contrazione demografica, quello della popolazione interessata, da riportare al denominatore.

    Il rapporto Cnel considera, specie per la componente femminile, anche l’insorgere di un "effetto partecipazione", che l’Istat ha così descritto: «Oggi le donne si avvicinano al mondo del lavoro in età più avanzata, in fasi della vita in cui le generazioni precedenti già cominciavano a uscirne, con un livello di istruzione elevato, con aspettative certamente più elevate e con l’intenzione di non abbandonare il lavoro prima di aver maturato la pensione».


    La variabile previdenziale. Se si confrontano i dati dell’età effettiva di pensionamento con quelli relativi ai tassi di occupazione degli anziani, ci si accorge che una liaison dovrà pur esserci. Grazie alle riforme del decennio ’90 vi è stata una discreta elevazione dell’età reale di quiescenza, resa possibile da regole più rigorose.

    Poiché l’inasprimento e l’armonizzazione tra i vari regimi sono stati più accentuati nel caso delle donne (le quali, in precedenza, si avvalevano in prevalenza, nel privato, dei requisiti per il trattamento di vecchiaia a 55 anni di età con 15 di versamenti, e nel pubblico impiego, delle baby pensioni) è normale che risulti una maggiore partecipazione di questa componente, la quale, oggi, deve attendere la prestazione di vecchiaia — portata a 60 anni di età con 20 anni di contributi —, poiché è assai difficile che le lavoratrici riescano ad accumulare l’anzianità necessaria per la pensione anticipata.


    Più modesto è l’aumento dell’età effettiva degli uomini, nei fatti maggiormente tutelati a fronte dei cambiamenti pensionistici. E questo ha avuto conseguenze sulla presenza della componente maschile più anziana nel mercato del lavoro.