“Lavoro 2″ Giovani, sfiduciati, meridionali: ecco chi ha smesso di sperare

21/12/2004

    martedì 21 dicembre 2004

    analisi
    QUELLO CHE LE STATISTICHE NON DICONO
    Giovani, sfiduciati, meridionali
    Ecco chi ha smesso di sperare

    Alessandra, Vincenzo e Alfonsina, tre storie esemplari da Napoli
    Il sociologo De Masi: rimedi? L’emigrazione, oppure orari ridotti


    Fulvio Milone

    NAPOLI
    SI potrebbe cominciare da Alessandra, babysitter in casa di cinesi, i nuovi ricchi della provincia di Napoli, troppo impegnati a mandare avanti la fabbrichetta di pantaloni e camicie a buon mercato per badare ai bambini. O da Vincenzo, che passa le giornate dietro al banchetto che espone pastori da presepio napoletano in via San Gregorio Armeno gremita di turisti. Oppure da Alfonsina, che ha tirato i remi in barca e campa sulle spalle dei nonni che hanno una discreta pensione: «Cucino e faccio le pulizie in casa, in cambio mi danno quanto basta per vivere». Il minimo comune denominatore delle loro storie è un profondo scoramento, la rinuncia ormai radicata a trovare un posto di lavoro vero, di quelli che abbasserebbero davvero la percentuale della disoccupazione al Sud nei complessi studi elaborati dall’Istat. In realtà, come spiega il professore Domenico De Masi, sociologo del lavoro, quei numeri «sono drogati, e dimostrano ancora una volta, se mai ve ne fosse bisogno, l’allargamento della forbice fra le statistiche e la realtà». Per due motivi: «Primo: il tasso di disoccupazione sembra più basso che nel passato perchè, come si fa negli Usa, nella elaborazione dei dati si fanno rientrare anche le attività più precarie, più infime, di cui i ragazzi devono accontentarsi. Possiamo dire, insomma, che ci stiamo americanizzando anche sotto questo aspetto. Il secondo motivo: molti giovani al Sud hanno ormai rinunciato a cercare un lavoro. Sono usciti volontariamente dal circuito produttivo, se mai ci sono entrati. Siamo sinceri: come si può credere seriamente che un ventenne pensi al suo futuro in termini positivi se, ad esempio, abita a Messina, la città meno vivibile d’Italia?».

    Alessandra, un lavoro vero l’ha cercato e a lungo sognato. La sua storia è identica a quella dei giovani che si sono inoltrati e infine persi nella giungla dei contratti interinali, atipici o parasubordinati. Come Vincenzo, 30 anni, ex Co.co.co che per due anni, in realtà, ha svolto lavoro nero senza limiti di orario per un compenso che non superava i seicento euro al mese. O come Alfonsina, 27 anni, che non ha un titolo di studio «in un mondo in cui ti chiedono la licenza di scuola media superiore anche per fare il netturbino». «Ho cominciato nel solito call center – racconta Alessandra -: contratto a termine, dieci ore di fatica al giorno, nessuna garanzia sul futuro, niente ferie nè assistenza sanitaria. Lavoro nero, insomma. Dopo cinque mesi mi hanno buttata fuori, e quel giorno ho giurato a me stessa che non avrei mai più fatto un’esperienza del genere». Ma Alessandra non ha smesso di sognare, almeno non nel giorno in cui è stata licenziata. «Pensavo di mettermi in proprio, ho aperto una piccola cartoleria con un gruppo di amici che avevano alle spalle genitori con un po’ di soldi da investire. Ma è andata male: le spese per mandare avanti un’attività commerciale sono alte, e di gente che compra ce n’è sempre meso soprattutto qui al Sud». Alla fine Alessandra si è rassegnata: lei, che ha solo 28 anni, ragiona come una donna stanca e consapevole della propria sconfitta, e si è trovata un lavoretto che un esperto in statistiche difficilmente può catalogare: baby sitter, ovviamente al nero, in casa di una famiglia di extracomunitari. «Un giorno spero di sposarmi con un uomo che abbia un buon lavoro – dice -. L’amore? Quello viene dopo, per me è più importante la sicurezza. Nel frattempo tiro su qualche soldo occupandomi dei figli piccoli di una coppia di cinesi, proprietari di una piccola fabbrica di capi di abbigliamento vicino a Terzigno, un paese dell’entroterra.

    Ce ne sono tante, di giovani di provincia, che fanno come me. I cinesi hanno i soldi e non sono male come datori di lavoro. Anche se, naturalmente, pagano solo «al nero». Hanno la loro convenienza a rivolgersi alle baby sitter del posto perchè così i bambini imparano la lingua».

    Il sociologo De Masi è categorico nel suo pessimismo. «Ci sarebbero due possibilità per dare un futuro ai giovani meridionali: l’emigrazione e la riduzione dell’orario di lavoro nelle aziende. La prima sarebbe un autentico disastro per lo sviluppo del Sud. La seconda è impraticabile per la folle politica delle imprese che, contrariamente a quanto dovrebbero fare, l’orario di lavoro tendono ad allungarlo».