“Lavoro 1″ Cresce la qualità ma calano le garanzie (A.Accornero)

31/01/2005

    lunedì 31 gennaio 2005

      Inchiesta

        Come cambia il lavoro

          Lavoro, cresce la qualità ma calano le garanzie

            Aris Accornero

              È in pieno svolgimento una grande trasformazione del lavoro, del suo mercato e del suo mondo.

                Lo confermano i risultati di un’inchiesta, la più vasta realizzata in Italia, condotta due anni fa dai Ds e l’Unità, di cui esce in questi giorni il volume definitivo con le analisi e le riflessioni.

                  Questa trasformazione è iniziata sul finire del Novecento con il passaggio dal modello di produzione e di consumo fordista a quello post-fordista ed è la terza nella storia del lavoro moderno.

                    La trasformazione è in atto ovunque e si vede ben oltre le fabbriche, che comunque calano di dimensione e cambiano di posto.

                      Si vede nei mezzi, che richiedono meno manualità e offrono più tecnologia; si vede nei requisiti, che sono sempre più spesso l’adattabilità e la polivalenza; si vede nei contenuti, che si fanno meno esecutivi e più cognitivi; si vede nelle conoscenze, meno specialistiche e più “generaliste”; e si vede nei percorsi, che sono più compositi ma anche più discontinui.

                        Ed è qui che si profilano rischi e si addensano timori. Per la sua imponenza e i suoi effetti, questa nuova trasformazione richiama la prima, avvenuta in Inghilterra a cavallo fra Settecento e Ottocento con la rivoluzione industriale: quel passaggio fondativo del lavoro salariato fu al tempo stesso “devastante e provvidenziale” – come ha scritto il grande storico dell’economia Karl Polanyi. Ciò si può dire anche della seconda grande trasformazione, avvenuta agli inizi del secolo scorso con l’introduzione dei metodi tayloristi e poi fordisti, che tante preoccupazioni destarono nel Novecento, così come nell’Ottocento le aveva destate la prima.

                          Se la rivoluzione industriale aveva fatto temere che i nuovi mezzi di lavoro – fabbrica e macchine – potessero frantumare il lavoro e l’uomo stesso, la seconda aveva fatto temere che i nuovi metodi di lavoro – “organizzazione scientifica” e “catena di montaggio” – potessero alienarli.

                            Quali sono oggi le preoccupazioni destate dalla terza grande trasformazione? Lo dicono i risultati dell’inchiesta, confermando vari segnali: si teme che i nuovi rapporti di lavoro – impieghi temporanei e prestazioni occasionali – possano precarizzare il lavoro, e addirittura l’uomo stesso nella sua antropologia sociale.

                              Ciò conferma la contraddizione, tutta capitalistica, che sembra alla base dei cambiamenti nel lavoro, cioè la tendenza ad un miglioramento della qualità e a un peggioramento della tutela. Ambedue questi tratti emergono da quanto dicono gli interpellati sugli aspetti e sul vissuto della condizione lavorativa, e dalle loro valutazioni sulle prospettive di reimpiego, di carriera, di pensionamento.

                                Che la qualità stia migliorando soprattutto per i lavoratori manuali, sia in senso ergonomico che professionale, si constata non soltanto dal confronto temporale con indagini ormai lontane, ma anche con altre svolte in questi anni da studiosi e da istituzioni: vedi la ricerca Epoc della Fondazione Europea di Dublino. I contenuti del lavoro si fanno più complessi, le competenze crescono con le tecnologie e i requisiti richiesti si elevano anche per la crescente selettività della domanda.

                                  Al tempo stesso, la fatica e lo sforzo vengono via via abbattendosi, la monotonia e la noia non sono più un assillo.

                                    La degradazione e l’alienazione stessa del lavoro sembrano dileguarsi rispetto ai classici riscontri empirici di Charles Walker, Robert Guest, Ely Chinoy, Robert Blauner, Harry Braverman, Robert Linhart, che appartengono tutti alla seconda metà del Novecento; oggi è proprio l’acquisto di contenuto nei compiti lavorativi che può semmai compensare la perdita di senso nei flussi di produzione, dovuta alla disintegrazione dell’impresa verticale e alla sua integrazione in orizzontale.

                                      Piuttosto, preoccupano la frenesia e lo stress provocati dalla vorticosa nati-mortalità delle imprese, dall’instabilità dei mestieri e da incessanti oscillazioni della domanda di mercato, la cui variabilità fa ammattire tutti quanti: infatti, le maggiori autonomie concesse a chi esegue, e che il taylor-fordismo negava, comportano spesso grane e responsabilità sproporzionate.

                                        Ciò nondimeno, quanto ci dicono gli interpellati conferma che oggi, in termini di soddisfazione, il lavoro è meglio di ieri, e che ben pochi tornerebbero indietro. Un chiaro simbolo è il bisogno di formazione sentito dai lavoratori stessi, che emerge bene anche da questa ricerca.

                                          Il problema dunque non è la qualità, non sono i contenuti, ma la tutela, le garanzie.

                                            Lo rivelano le risposte a tutte le domande che richiamano i tragitti lavorativi, i passaggi di condizione, le possibilità di carriera: preoccupa l’eventualità di doversi trovare un altro impiego così come preoccupa la prospettiva di andare in pensione con trattamenti inadeguati. Questo senso di insicurezza si percepisce in tutta la ricerca – 4 su 10 dicono «Oggi nessun posto di lavoro è sicuro» – nonostante l’elevata quota di coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato, che lavorano per grosse imprese, che hanno cambiato pochi posti, e che si sentono «sicuri» o «abbastanza sicuri» del proprio impiego.

                                              Ci si chiede dunque quanta precarietà ci sia nel nostro mercato del lavoro, nei nostri luoghi di lavoro. Considerando che, secondo l’Unione Europea, il rapporto di lavoro normale è quello a tempo indeterminato e che in Italia l’85% degli occupati è a tempo indeterminato; e considerando che perfino nel magro 2003 il numero dei good jobs, i posti stabili creati dalle imprese, ha superato quello dei bad jobs, i posti temporanei, bisogna capire come mai ci sia un così diffuso senso di insicurezza.

                                                Il primo motivo è senz’altro quello meno noto. In pratica, l’impressione e l’immagine stessa di una precarietà diffusa, che stampa, radio e televisione enfatizzano ogni giorno, ci vengono quasi esclusivamente dal gran numero e dal vago profilo dei collaboratori coordinati e continuativi, i cosiddetti “co.co.co.” L’Istat ne aveva contati 827 mila nel 2001, all’ultimo censimento della popolazione, e nel 2004 ne ha rilevati ancora di meno nella nuova indagine sulle forze di lavoro (appena 22.390 hanno votato a novembre i propri rappresentanti sindacali nel Fondo dei para-subordinati). I co.co.co., che nel nostro mercato del lavoro sono i veri “atipici” (e forse gli unici con gli “associati in partecipazione”) restano un problema sia per la vaghezza del loro profilo giuridico e la debolezza delle loro tutele assicurative, sia soprattutto per il fondato sospetto che una parte di loro sia costituita da dipendenti camuffati.

                                                  Il secondo motivo del senso di insicurezza è quasi ovvio: dal “pacchetto Treu” in poi è cambiata quasi tutta la normativa sul mercato del lavoro e sui servizi all’impiego, ma mancano ancora le coperture che le nuove norme richiederebbero, specie dopo la legge n. 30 del 2003.

                                                    Come a dire che i rischi ci sono già ma le coperture non ci sono ancora. Da qui le preoccupazioni. Infatti chi si muove di più nel mercato del lavoro e fra i posti di lavoro viene penalizzato, mentre dovrebbe semmai essere premiato in nome di un modello di produzione-consumo che esalta continuamente la flessibilità del lavoro e la mobilità della mano d’opera. Invece, con le attuali normative, chi passa da un posto all’altro, da un impiego all’altro, da un contratto all’altro, specie se temporaneo, non cumula nessun beneficio, nessuna anzianità, neppure se viene impiegato più volte nella medesima impresa; e nel passaggio da un lavoro all’altro non ha tutele, per cui rischia di non essere più nessuno. E spesso non riesce a ottenere un prestito, un mutuo, non trova un appartamento in affitto, e magari teme anche di fare sciopero. Questo è intollerabile proprio perché danneggia i singoli e diffonde un senso di insicurezza generale.

                                                      Al di là delle coperture previste o promesse, bisogna invece affermare un nuovo principio-guida della sicurezza sociale, non più ricalcato sulla struttura del lavoro taylor-fordista e capace di improntare un welfare state all’altezza del nuovo modello di produzione e di consumo: lo Stato deve garantire a tutti una continuità di cittadinanza del lavoro nella discontinuità dei tragitti lavorativi.

                                                        Quali esiti avrà la terza grande trasformazione del lavoro moderno? Una risposta si può dare. Chiediamoci perché non si sono avverate certe fosche profezie circa le conseguenze socio-antropologiche dei cambiamenti che avevano connotato l’Ottocento e il Novecento.

                                                          Un motivo di fondo sta nel fatto che, considerando inerziali o fatali le tendenze in atto, sottovalutavano gli effetti dell’azione organizzata, dell’iniziativa pubblica e del dialogo sociale, che furono i progenitori dei sistemi di sicurezza sociale. Ciò vale anche per l’oggi: gli esiti della trasformazione dipendono innanzitutto dal modo in cui il lavoro verrà difeso con i contratti, con le leggi, con gli accordi.

                                                        Domani nella seconda parte
                                                        dell’inchiesta verrà analizzato
                                                        il rapporto tra lavoro e politica