Lavori stagionali, la piaga del «nero»

17/05/2002

OMBINO
CRONACA


giovedì 16 maggio 2002  
Lavori stagionali, la piaga del «nero»
I commercianti non trovano personale, ma emerge la protesta dei giovani
La storia: «In un bar 18 ore al giorno, e assicurata per un’ora»

di Ivonne Pavoni

PIOMBINO. «Lo credo che i commercianti di San Vincenzo non trovano personale per l’estate, visto come trattano i dipendenti. Dovrebbero dire sinceramente quanto pagano e quante ore assicurano». Giovanna (il nome è di fantasia) replica alle proteste dei commercianti che si lamentano di non riuscire a trovare stagionali. Un piccolo esercito di baristi, camerieri, lavapiatti, pizzaioli che ogni estate riaccende l’economia del paese. Giovanna racconta: «Io ho lavorato in un bar della zona, dalle sei e mezzo del mattino al tre del mattino successivo. Ero assicurata per un’ora. La paga era di 850-900 mila lire al mese e dovevo fare anche le pulizie».
Poi aggiunge: «Non voglio parlare solo della mia esperienza, potrei citare tanti altri casi. Una persona per esempio che lavora in una pizzeria qui a San Vicenzo, dalle sei del mattino alle tre del mattino successivo: è assicurata solo 3 ore e guadagna un milione e mezzo delle vecchie lire». Quindi sbotta: «Lo credo che la gente non va a lavorare in queste condizioni, io stessa ho trovato un lavoro fuori San Vincenzo dove almeno mi danno una busta paga e sono assicurata. E’ inutile che questi commercianti dicano che non c’è personale, con condizioni di lavoro più civili la gente a San Vincenzo si trova eccome».
Al sindacato Filcams-Cgil Franco Franceschini dice: «Queste persone hanno ragione. E’ inutile che albergatori e proprietari di bar dicano che i ragazzi sono viziati e cercano lavori meno pesanti, vorrei vedere se manderebbero i loro figli a lavorare in certe condizioni». Il sindacato ribalta la statistica: «Secondo i commercianti il 70% di chi rifiuta il posto di stagionale lo fa per pigrizia. Noi diciamo il contrario, il 70% lo fa per le pessime condizioni».
Si può sempre far causa e con l’aiuto del sindacato avere ragione, in molti lo fanno a giudicare dal gran numero di vertenze aperte. Gli altri, se accettano, hanno la consapevolezza di essere sfruttati.
Le associazioni dei commercianti, dal canto loro, si difendono. Alla Confesercenti di San Vincenzo replicano: «Noi facciamo le buste paga dei dipendenti dei nostri associati, ma non possiamo sapere se fanno lavorare al nero altre persone. Non spetta a noi controllare».
Alla Confcommercio di San Vincenzo il responsabile di sede Alessandro Goni non crede che la situazione sia così grave: «Ci può essere qualche imprenditore disonesto ma la maggior parte non lo è». Poi aggiunge: «La nostra associazione ha messo a disposizione il suo numero di telefono per chi offre e per chi cerca lavoro stagionale. Ci limitiamo però a mettere in contatto le due parti, non possiamo controllare tutto il resto».
Ci sono anche degli sfruttati «legali», o meglio come dice Franceschini alla Cgil, «al limite della legalità». Spiega: «Ora le piccole imprese ricorrono a contratti particolari, ce ne sono di due tipi, uno si chiama di collaborazione coordinata e continuativa, l’altro è il contratto di compartecipazione. Sono al confine del legale, per esempio non prevedono copertura previdenziale, né 13esime o 14esime. Peggio, non maturano il diritto alla pensione né alla disoccupazione». Insomma lo scenario è cambiato rispetto a qualche anno fa. Non c’è più solo il lavoro nero in quanto tale, ma ci sono forme di contratti che in maniera un po’ più subdola limitano molti diritti. E la storia, per chi ha bisogno di un posto, si ripete: prendere o lasciare.