Lavori flessibili: Il supermarket della flessibilità

23/09/2003





RAPPORTO-Lavori flessibili
lunedi 22 Settembre 2003
pag. 45
Lavoro a chiamata, a coppia, a ticket, a progetto, e altro ancora. La legge 30, di cui si attendono ora i decreti attuativi, introduce una serie di nuovi contratti che regolamentano rapporti atipici. Sarà la fine del "posto fisso"?
Il supermarket della flessibilità

ELISABETTA MIRARCHI


Per qualcuno è un supermarket della flessibilità, per altri un insolito cocktail di norme internazionali ed europee. Resta il fatto che la legge 30 sulla regolamentazione del mercato del lavoro offre — oltre alle 31 tipologie di contratto "atipico" censite dall’Istat — nuove forme contrattuali che se da una parte permettono di utilizzare i lavoratori in modo sempre più estemporaneo dall’altra mettono mano a tutte quelle forme di lavoro occasionale finora senza controllo. Molto, tanto resta da chiarire. Mancano all’appello i regolamenti attuativi e, soprattutto, il peso della prevista contrattazione collettiva.
Il dato certo è l’impianto delle nuove tipologie di lavoro flessibile. E’ detto lavoro "intermittente", a "chiamata" o "job on call" e si candida a diventare un modello di iperflessibilità: il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro che può richiederne le prestazioni a sua discrezione. In cambio riceve una specifica indennità, mentre nel periodo effettivamente lavorato scatta la normale retribuzione. C’è da definire l’entità dell’indennizzo di disponibilità e il margine di manovra per le imprese di ricorrere a questo strumento contrattuale. Esisteva già ma finora in pochi ne hanno usufruito. Si tratta del lavoro "a coppia", "ripartito" o "job sharing": due lavoratori accettano un’unica obbligazione contrattuale e si impegnano con il datore di lavoro a rispettare tempi e modalità della prestazione. In pratica se uno dei due lavoratori è impossibilitato a sopperire agli impegni contrattuali, sarà l’altro a farsene carico. Nasce il "lavoro accessorio": attraverso appositi ticket prepagati del valore nominale di 7,5 euro si possono acquistare direttamente da enti autorizzati — non ancora stabiliti — piccole attività quali lavori domestici, assistenza agli anziani, lezioni private, e così via.
«Con queste nuove tipologie — spiega Giuseppe Casadio, segretario confederale Cgil — viene sempre meno la centralità del contratto a tempo indeterminato e il potere della contrattazione collettiva. Piuttosto che un disegno organico e razionale si è costruito un impianto che è un vero e proprio self service delle più fantasiose forme di contratto cui le imprese possono attingere a piene mani. Siamo convinti, ma lo dicono anche le direttive europee, che la forma normale di lavoro è il tempo indeterminato mentre gli altri strumenti vanno usati come eccezione oltre che motivati da ragioni specifiche».
La normativa mette mano al "lavoro occasionale" che diventa tale solo quando la prestazione ha una durata non superiore ai 30 giorni e per compensi fino a 5 mila euro. Genera non poche perplessità la norma secondo la quale chi supera il tetto economico rientra nei contratti "a progetto" anche se il periodo è di 30 giorni. Vanno in pensione i contratti di formazione (cfl) e subentrano i contratti d’inserimento rivolti a precise categorie: giovani di età compresa tra i 18 ed i 29 anni, disoccupati (2932 anni) di lungo periodo, lavoratori ultracinquantenni, donne residenti in zone ad alta tensione occupazionale, persone affette da handicap. «Sono stati aboliti i vecchi contratti di formazione, non sono stati avviati quelli nuovi e, di fatto, si è creata una terra di nessuno che crea malumore tra le stesse imprese — dice Giorgio Santini, segretario confederale Cisl — Nessuno vuole fare la politica dello struzzo, il mercato del lavoro andava regolamentato, ma avremmo preferito che ci fosse una maggiore gradualità e una più forte contrattazione collettiva. A ciò si potrebbe avviare nella contrattazione collettiva prevista nei prossimi nove mesi con la fissazione di un limite percentuale massimo, pari al quindici per cento, dell’insieme delle nuove tipologie flessibili».
Muta l’apprendistato che viene suddiviso in tre fasce: formativo, professionalizzante, specializzante. Al primo possono accedere, per una durata massima di tre anni, giovani di età compresa tra i 15 ed i 18 anni che devono iniziare a formarsi; il secondo, della durata tra i due e sei anni, è rivolto a coloro (1829 anni) che hanno bisogno di qualificarsi professionalmente; il terzo (1829 anni) prevede il conseguimento di un diploma o di un periodo di alta formazione presso enti, quali regioni ed Università. Restano in piedi le agevolazioni alle imprese. Novità anche sul fronte del parttime. Vengono diversamente disciplinate le clausole "flessibili" — possibilità di variare la collocazione della prestazione lavorativa nel tempo — ed "elastiche", come la possibilità per il datore di aumentare il tempo della prestazione. «E’ uno dei punti critici della riforma — continua Santini — In questo caso, insieme alla contrattazione collettiva, s’introduce con molto rilievo quella individuale con il rischio che diventi l’unica forma di contrattazione. Se il datore può richiedere lavoro supplementare, quale dipendente in sede privata opporrebbe un rifiuto?».
Soddisfazione viene dagli imprenditori. «Siamo in presenza di una normativa di grande equilibrio perché, a fronte di una maggiore libertà organizzativa dell’impresa, comunque sottoposta a vincoli e sanzioni, individua con pignoleria una serie di interventi, controlli, regole, tutele a favore del lavoratore — chiarisce Giorgio Usai, direttore area welfare e risorse umane in Confindustria — Chi parla di precarietà e destrutturazione dei diritti dimostra di non conoscere la legge. Il legislatore si è limitato alla formulazione delle norme, ma la disciplina di dettaglio dei diversi istituti è affidato alla contrattazione collettiva. Starà alle parti sociali, ai vari livelli, dare seguito ai principi che il legislatore ha fissato».