«Lavoreremo di più, ma con nuovi contratti»

07/09/2004


            di lunedì 6 settembre 2004

            E’ ora di cambiare
            Opinioni ed esperienze

            «Lavoreremo di più, ma con nuovi contratti»

            Walter Cerfeda della Ces (sindacati europei): assecondare la competitività. «Anche in Italia servono accordi annuali, che tutelino dall’inflazione»

            Il quadro è molto chiaro ed è sotto gli occhi di tutti. Per questo Walter Cerfeda, segretario confederale e responsabile contrattuale della Ces, la Confederazione europea dei sindacati, alla domanda: finiremo per lavorare più di adesso? risponde: «Se l’Europa continuerà a vivere questa crisi di competitività molte delle condizioni di lavoro verranno modificate. La strada della difesa dei diritti acquisiti è una strada in salita. Naturalmente, faremo di tutto per difendere le condizioni. D’altra parte, il modello sociale è l’altra faccia del modello competitivo, non esiste un modello sociale indipendente dalla congiuntura. Se la fabbrica è in crisi non chiedi un aumento dei salari del 10%. Per questo, il problema urgente è rilanciare la capacità di competizione europea, e questo non passa certo attraverso la ricetta velleitaria di ridurre di qualche centesimo il costo del lavoro».

            Questo pensiero è, in realtà, la conclusione di un lungo ragionamento che parte dalla discussione sull’orario di lavoro partita da Francia e Germania e che oggi tocca tutta l’Europa. Dopo gli anni della riduzione dell’orario settimanale a 35 ore, adesso sembra arrivato il tempo del ritorno alle 40 ore, ma pagate come 35. «Il problema dell’aumento del lavoro – dice Cerfeda, molti anni in Cgil dove è stato segretario confederale – deriva dalla caduta di competitività che si è registrata in Europa negli ultimi due-tre anni. In precedenza, in Paesi più deboli come l’Italia o la Spagna, questo problema era stato affrontato con una forte deregolamentazione del mercato del lavoro. Ora che, invece, la caduta di capacità competitiva riguarda Paesi forti come la Francia, la Germania e l’Olanda, la risposta delle loro industrie è cercare di recuperare quella competitività perduta riducendo il costo dell’ora lavorata. E, allo stesso tempo, cogliendo le possibilità offerte da un’Europa dove si è realizzato un allargamento che unisce senza ridurre le distanze economiche e fiscali». Così gli imprenditori minacciano di delocalizzare in Paesi dove (media dei 10 nuovi ingressi nell’Ue) «tre quarti delle imprese non ha il contratto e il salario di un operaio specializzato è tra i 6 e i 7mila euro l’anno contro i 27-30 mila di uno tedesco».

            Diversi, secondo Cerfeda, i casi tedesco e francese. Mentre la Germania sconta la grande rigidità del suo sistema e del suo sindacato, in Francia «il dibattito è più ideologico. La legge Aubry – ricorda il sindacalista – prevedeva due passi: prima l’applicazione nelle grandi imprese e poi in quelle piccole. Il primo ha funzionato, non c’è una grande impresa che non abbia applicato la legge. Che è intelligente perché prevede accordi d’impresa sull’applicazione e il sindacato francese è stato disponibile a mettere in campo politiche di flessibilità del nastro orario che hanno consentito alle aziende di assorbire la riduzione dell’orario senza aumento. E’ al secondo stadio, sull’applicazione alle piccole imprese, che la Confindustria francese ha chiesto il blocco e poi, sull’onda tedesca, anche la revisione della legge. Per questo dico che la discussione è più ideologica che concreta. Non è un caso che questa onda non abbia di fatto toccato l’Italia, che ha una cultura della flessibilità negoziata – pensiamo al tessile, alla chimica, all’alimentare, dove la flessibilità è praticata da tempo – e dei nastri orari; così come nessuna richiesta ci viene dalle aziende scandinave, nelle quali il regime di flessibilità e di accordi negoziati ha permesso di trovare i punti di equilibrio».
            Pur essendo la competitività e non l’orario il nodo centrale, resta il fatto che la tendenza all’aumento del lavoro sta crescendo. Così nelle ultime settimane la Confindustria europea ha chiesto di rivedere la direttiva Ue che regola l’orario di lavoro e fissa i tetti non superabili: vuole che siano lasciate le deroghe attuali (che il sindacato chiede invece siano abolite e in base alle quali in Inghilterra in settori come la cockeria si arriva anche a 54 ore lavorate la settimana) e che si passi dall’orario massimo giornaliero a quello massimo annuale o pluriennale. «Insomma – dice Cerfeda – si vuol passare dal concetto di orario a quello di tempo. E’ questa la discussione che dalla Germania si trasferisce a livello europeo: se passasse, allora sì che cambierebbe la contrattazione europea».


            Secondo il responsabile contrattuale della Ces le strade da intraprendere sono due. In primo luogo, «confermare l’apertura alla flessibilità contrattata, naturalmente non a parità di salario, non si può lavorare 40 ore e averne pagate 35». E, in secondo luogo, lavorare perché crescano le condizioni contrattuali nei Paesi entrati da poco in Europa. Nei quali c’è parecchio lavoro da fare se si pensa alla moltitudine di sindacati e Confindustrie prodotti dalla liberalizzazione, «solo in Ungheria ci sono 16 sindacati e 11 Confindustrie. Per questo insieme alla Confindustria europea stiamo operando Paese per Paese per individuare le organizzazioni più rappresentative». Per Cerfeda sta infatti lì, nella nuova Europa, e non tanto nell’Asia, il pericolo maggiore. «La Cina – dice – rappresenta una scommessa più ardita per le imprese, che non l’Europa dell’Est che è più conosciuta e più omogenea dal punto di vista ambientale e culturale. E dove le aziende possono anche godere dei vantaggi dei fondi strutturali». Anche se alla base resta il nodo centrale: ridare competitività all’Europa, «rivedendo il patto di stabilità, rilanciando la ricerca con il sostegno pubblico, l’innovazione tecnologica…»


            Della discussione in corso in Italia sui contratti – a partire dalla revisione dell’accordo del ’93 prima di fare il contratto dei metalmeccanici, come proposto dal segretario della Uil Angeletti – Cerfeda dice che anche in questo caso bisogna fare riferimento all’Europa «perché ormai abbiamo le economie interconnesse. L’accordo del ’93 l’ho fatto e l’ho difeso. Ma l’esperienza europea è diversa. Se si escludono Inghilterra e Irlanda, la struttura fondamentale prevalente è basata sul contratto corto e pieno: corto nel senso di un contratto annuale, massimo biennale; pieno perché il salario è legato all’inflazione reale. Il secondo livello di contrattazione, che in Italia è acquisitivo, in Europa non c’è, è un livello partecipativo. Ed esiste la possibilità di aggiungere il salario aziendale al salario di categoria, ma l’aumento aziendale normalmente avviene sul bilancio, cioè ex post, e non sulla produttività. Non dico che bisogna adattarsi questo modello, perché la storia italiana non è uguale a quella olandese o tedesca, ma il quadro è questo e ha tutelato i lavoratori. Non come è avvenuto in Italia, con una perdita del potere d’acquisto e una situazione per cui si contratta a livello di azienda, ma in poche aziende».

            Maria Silvia Sacchi