Lavoratori flessibili e a testa bassa

03/05/2004



 
 
ItaliaOggi Focus
Numero 104, pag. 4 del 1/5/2004
Autore: di Giovanni Lombardo
 
Lavoratori flessibili e a testa bassa
 
Indagine sulle forme di impiego atipiche condotta dall’Iref-Acli in collaborazione con il Censis.
Un giovane su due accetta le mansioni senza chiedere tutele
 
Lavoratori ´flessibilizzati’. L’aggettivo evoca scenari fantozziani, ma tant’è: in Italia un esercito composto da mezzo milione di lavoratori atipici è pronto a chinare la testa di fronte al datore di lavoro, accettando qualsiasi mansione senza porre alcun problema di natura contrattuale. E per di più a fronte di uno stipendio da fame. Lo rivela una indagine dell’Iref, l’istituto di ricerca delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani), condotta in collaborazione con il Censis su un campione di 1.000 lavoratori atipici dai 18 ai 40 anni.

I flessibilizzati rappresentano il 49,8% del campione e, secondo l’identikit fornito dalla ricerca, sono coloro che subiscono la flessibilità imposta dal nuovo mercato del lavoro, si rendono disponibili a qualsiasi richiesta del management sacrificando all’occorrenza il proprio tempo libero e non riuscendo comunque a risparmiare nemmeno un centesimo.

Dall’altra parte c’è però una minoranza (29,9%) di lavoratori ´flessibili’ tout court, cioè coloro che sono riusciti a cogliere gli aspetti positivi dei mutamenti in corso: sono caratterizzati da una posizione lavorativa ad alta professionalità, lavorano con più committenti, investono nella formazione continua e soprattutto riescono a risparmiare una buona fetta del loro reddito per garantirsi il futuro.

Atipici tra rischi e opportunità

L’indagine Iref-Censis è stata presentata ieri a Padova dalle Acli in occasione di Civitas 2004 (la sintesi dei risultati è riportata nelle tabelle a fianco) ed è pubblicata nel volume Una vita tanti lavori. L’Italia degli atipici tra vulnerabilità sociale, reti familiari e auto imprenditorialità (edizioni Franco Angeli). Tra maggio e settembre dello scorso anno è stata scattata una fotografia della nuova realtà del lavoro in Italia: sono più di 1 milione i giovani lavoratori atipici alle prese con forme di impiego flessibile, dagli ex co.co.co (collaborazioni coordinate e continuative) fino ai contratti a progetto e ai lavori a chiamata introdotti con la riforma Biagi.

La flessibilità, per la maggior parte degli intervistati, è vista come un elemento di forte insicurezza che li porta ad accettare qualsiasi condizione imposta dal datore di lavoro, magari con la speranza di vedere presto ´stabilizzato’ il proprio impiego.

Tra i maggiori rischi legati ai contratti atipici è stato segnalato in primo luogo l’instabilità del posto di lavoro (26,2%). Subito dopo la discontinuità nei pagamenti (13,8%) e l’orizzonte temporale troppo limitato dei contratti (10%). Il primo obiettivo degli intervistati rispetto al lavoro risulta quello di rinnovare il contratto in scadenza (21,9%), oltre al miglioramento della propria retribuzione (20%).

Un terzo del campione indica la sicurezza economica (32,1%) come il primo progetto di vita da raggiungere. La voce ´farmi una famiglia’ è al secondo posto, ma distaccata di ben 10 punti percentuali. Tra gli elementi critici va anche registrato lo scarso riconoscimento professionale.

´Il punto dolente della flessibilità è la mancanza di regole relative alle tutele dei lavoratori’, spiega Danilo Catania dell’Ires-Acli, ´senza garanzie i giovani lavoratori atipici vedono il loro destino segnato dall’insicurezza. Molto importante è però il contesto sociale e il background economico e culturale di ciascun individuo, visto che una parte considerevole del campione intervistato non vede nei contratti atipici solo aspetti negativi, ma anche una serie di opportunità e vantaggi’

Tra questi aspetti positivi al primo posto c’è la libertà di organizzare il tempo di lavoro e di conciliarlo con il tempo libero (24,2%). In molti hanno segnalato anche la possibilità di lavorare in ambienti professionali differenti (13,4%), gli stimoli alla crescita professionale (12,1%) e una discreta retribuzione che consente di vivere senza particolari difficoltà economiche (11,4%).

La famiglia ammortizzatore

Quasi un terzo dei lavoratori atipici è costretto a chiedere i soldi ai parenti. In questo senso la flessibilità genera una condizione materiale difficilmente sostenibile per l’individuo. Ma il sostegno della famiglia d’origine non è solo di tipo economico, ma si concretizza anche nell’aiuto alla ricerca di un nuovo lavoro, nella gestione della casa e nello svolgimento delle pratiche burocratiche, fino all’appoggio morale in situazioni di stress lavorativo.

´Gran parte dei lavoratori atipici rimane più a lungo all’interno del nucleo familiare d’origine’, sottolinea Catania, ´e ciò rappresenta oltre a una necessità, anche un vincolo che porta i giovani ad adagiarsi su una condizione di assistenzialismo. In questa ottica’, conclude Catania, ´riemerge con forza la necessità di stipulare un nuovo ed efficiente patto tra le diverse generazioni per ammortizzare i costi della flessibilità’. (riproduzione riservata)