«Lavoratori attenti, ci facciamo del male»

07/02/2003
          venerdì 7 febbraio 2003
          Articolo 18
          Verso il referendum

          «Lavoratori attenti, ci facciamo del male»
          L’aristocrazia operaia del Nuovo Pignone discute e si divide sulla tutela dei diritti

          Francesco Sangermano

          FIRENZE Loro, l’articolo 18, non lo hanno mai toccato con mano. Perché
          al Nuovo Pignone, la più grande fabbrica metalmeccanica di Firenze, licenziamenti senza giusta causa non si sono mai visti. Di problemi, invece,
          ce ne sono stati a decine. Mobilità, procedimenti di cassa integrazione finiti addirittura in tribunale perché aperti dai vertici della proprietà senza che apparentemente ce ne fossero le condizioni. Oltre 2.000 addetti di cui circa 500 tute blu e il resto amministrativi, il Nuovo Pignone è uno degli avamposti sindacali delle lotte per il lavoro. I suoi rappresentanti sempre in prima fila alle
          manifestazioni, sempre presenti in piazza, sempre pronti alla mobilitazione
          e allo sciopero. Ogni giorno, varcando la sbarra alle 8 del mattino, i Cipputi
          fiorentini parlano, discutono. Di traffico e Fiorentina, di guerra e di politica.
          E, ora più che mai, di articolo 18.
          Divisi tra quelli che strizzano l’occhio al referendum (e sembrano pochini) e
          chi invece crede che solo una legge potrebbe davvero cambiare le cose.
          «Per me questo referendum è profondamente sbagliato» attacca Luca Saponaro, un “colletto bianco” che è anche delegato della Fiom-Cgil («ma
          quel che dico è a titolo personale» precisa).
          Un parere che, dice, ha avuto sin dall’inizio, «sin da quando è iniziata la
          battaglia sui diritti dovuta all’attività di governo e Confindustria per la destrutturazione del lavoro, diventato in Italia un diritto disuguale». Il problema, per Saponaro, è da ricercarsi altrove. «Noi dobbiamo pensare alla tutela dei lavoratori e da questo punto di vista le modifiche all’848 e all’848 bis
          avranno una ripercussione drammatica andando a destrutturare ulteriormente
          tutto il diritto del lavoro. Partendo dal presupposto che il licenziamento
          senza giusta causa è illegittimo, dobbiamo porci un problema diverso:
          non siamo più ai tempi in cui esisteva solo il mondo della fabbrica, ma c’è un
          universo intero di lavoratori atipici ai quali è giusto estendere tutele e diritti».
          La volontà, insomma, sarebbe quella di andare oltre. «Credo che fermarsi
          al quesito referendario e all’indicazione di un sì o un no in tema di questioni
          sociali sia riduttivo e limitativo. Anche perché se vincerà il “si” non ci
          saranno comunque abbastanza diritti, se vince il “no” non avremo né leggi,
          né altro». Viene però spontaneo chiedersi come possa conciliarsi questa posizione con quella della Fiom che, a conti fatti, ha contribuito alla promozione del referendum raccogliendo 130mila firme. «La Fiom ha ritenuto il referendum uno dei possibili strumenti e tale considerazione è assolutamente
          legittima. Io rivendico semplicemente il diritto di dissentire. E a chi avanza
          l’obiezione che le leggi di iniziativa popolare con questo governo non funzionano, rispondo che mi pare un’analisi riduttiva e che il rischio reale è che il referendum possa lacerare e dividere il mondo del lavoro». Una presa di posizione dura e decisa, che muove anche da considerazioni di stampo maggiormente politico. «La Cgil è riuscita a riunificare il mondo del lavoro a prescindere dalle sigle. Questo referendum rischia di vanificare tutto, solo
          per il desiderio di visibilità di qualche partito». Considerazione che trova rispondenza anche nelle parole di Marco Meini. «Per come è posto il referendum e al di là di chi lo vincerà, lo scopo è strumentale. Anche perché le
          stesse forze che oggi lo propongono, fecero campagna di astensione quando
          i radicali proposero il referendum per l’abrogazione. E non dimentichiamoci
          che la Cgil ha raccolto 5 milioni di firme per la campagna “due sì e due
          no”, mentre per il referendum sono arrivati a fatica a 500mila». Il referendum,
          insomma, non riesce a scaldare i cuori, a coinvolgere emotivamente.
          «Al di là di quello che poi potrebbe essere il risultato della consultazione – rinforza la dose Reale Tormentoni – non mi piace che non si sia cercato un
          percorso condiviso e che qualcuno abbia fatto di testa propria andando avanti
          con la propria idea. Quello che ne esce è quindi per forza una proposta
          più debole di quanto sarebbe avvenuto se fosse arrivata da tutte le componenti
          politiche, sociale e del mondo del lavoro in maniera unitaria.
          Io sono convinto che il referendum non risolve le problematiche dei disperati,
          di quelli che davvero rischiano di perdere il lavoro da un giorno a un altro».
          Qualcuno, però, va contro corrente.
          «Dire che con questo governo la legge non passerebbe non è uno slogan
          ma una constatazione realista» dice Valentino Galasso, che di anni ne ha poco
          più di 30 ma al Pignone c’è da tempo.
          «Dicendo sì al referendum intanto si estende l’articolo 18 alle aziende con
          meno di 15 dipendenti. È vero che si lasciano da parte gli interinali, ma rispetto
          alla precarizzazione del mercato del lavoro vincere il referendum potrebbe
          essere un primo passo importante e bene fa la Cgil a pensare ad altre proposte».
          Ma la teoria di Valentino non trova rispondenza in Claudio Giardi, tuta
          blu indosso, 50 anni, da 27 iscritto alla Cgil. «Prima ero iscritto al Pci – spiega
          - Al Pignone? Ci sono da una vita».
          Ragioni per le quali ha lottato, lotta e lotterà in nome dell’articolo 18 e dell’estensione dei diritti. Ma il referendum non lo convince. «Mi sembra
          un’operazione difensiva del bacino di voti di Rifondazione e Verdi. Io non
          credo che il sì possa vincere, ma alla fine loro avranno comunque raggiunto
          il loro scopo di visibilità. Ne ho viste tante, io. E ho paura che alla fine, se il
          referendum dovesse essere perso, il centrosinistra cercherà un capro espiatorio senza guardarsi all’interno, senza capire che senza iniziative condivise da tutti si va da poche parti».
          Rischi che, a quanto pare, producono già i primi effetti. «Molti miei
          colleghi – ammette Fabio Signorini, delegato di prima nomina nella rsu aziendale – appaiono titubanti perché avvertono una sorta di contrapposizione tra la Fiom e la Cgil. Come se ci fosse una crepa dentro al sindacato. Questa storia del referendum alla fine rischia di essere un boomerang. E in questo momento proprio non ne abbiamo bisogno».

(4.continua)