Lavorare senza stipendio In attesa di perdere il posto

01/12/2009

Casi riprovevoli, ma isolati. Il tessuto produttivo italiano è sano e vigoroso, al massimo un po’ acciaccato da una crisi che tra non molto sarà solo un ricordo. Questa in genere la replica dei governanti messi di fronte ai disastri del sistema industriale, come nel caso del ministro Tremonti, qualche sera fa ad Annozero, davanti allo sfascio doloso di Agile-Eutelia.
Magari fosse vero. L’Italia che produce, invece, è un florilegio di società fantasma e scatole cinesi, che appena il terreno scricchiola liquidano e svaniscono. E accanto ai lavoratori dell’industria che protestano su tetti e gru contro le speculazioni e i licenziamenti, ce ne sono migliaia del terziario un tempo in sviluppo che lavorano e non vengono nemmeno pagati.
Alla Selfin di Caserta, dove a novembre i dipendenti hanno avuto solo il 25% dello stipendio di ottobre, aspettano entro la settimana la convocazione del ministero dello Sviluppo: i sindacati, dice Lori Carlini della Filcams Cgil, chiederanno il ritiro della messa in liquidazione da parte della capogruppo, la Comdata di Torino, annunciata 15 giorni fa, dopo che appena il 15 ottobre scorso i vertici del gruppo avevano dato al governo garanzie di continuità produttiva. Siamo nel campo dell’informatica, che paga ormai da un pezzo lo scoppio della bolla che per anni ne ha moltiplicato aziende e fatto lievitare fatturati (un’altra società del settore in crisi è la Data Service, circa 300 lavoratori tra Pomezia e Brindisi, che due mesi fa ha comunicato ai sindacati un «piano di destrutturazione », ovvero un’ipotesi di spezzatino aziendale sulla quale si sta trattando). Come nel caso di Agile che discende da Olivetti, anche Selfin vanta antenati
illustri: è stata Ibm nel 2004 a cederla con i suoi dipendenti (allora 400, oggi circa 170) alla Metfin di Enrico Morini, e l’anno dopo va in mano ad Armando Saldino e Pietro Macrì della Met Sviluppo (proprietà di Metfin) con sede in Calabria. I sindacati si oppongono a questi passaggi, invano ma a ragione. In quattro mesi, infatti, la Selfin viene travolta dalla bancarotta e nel 2006 la Guardia di Finanza è sulle tracce di Morini per reati finanziari. Due anni fa, arriva Comdata che adesso vuole liquidare perchè avrebbe un buco in bilancio di 2 milioni e mezzo, anche grazie a Ibm che sembra non fornire più commesse come invece era stato pattuito all’epoca della cessione. Di fatto, a Caserta (sedi minori sono a Cagliari, Roma, Palermo e Padova) i lavoratori sono in mobilitazione, chiedono un piano di rilancio che ne preservi il posto. E intanto devono vivere senza alcuno stipendio a fine mese.
La Tributi Italia non paga nè i 1200 dipendenti (da 3 mesi), nè i Comuni: su 498 serviti, 150 almeno lamentano mancati versamenti delle tasse (Ici, Tarsu, Tosap) incassate. In sostanza,
la società riscuote crediti in tutta Italia per conto dei Comuni, che però non vedono un euro. Tra i creditori milionari (alcuni già dal 2008), città come Bologna, Cagliari, Bari, anche se sono soprattutto i più piccoli a soffrire, avendo meno margini di manovra finanziaria. L’ammanco totale è di circa 90 milioni, destinato ad aumentare. Il patron del gruppo, Giuseppe Saggese, già arrestato nel 2001per corruzione e nell’aprile scorso per peculato (infatti il presidente è
la sorella Patrizia), parla di «semplici tensioni finanziarie» e chiede tempo: starebbe trattando con le banche un finanziamento milionario. Come dice Maria Grazia Gabrielli, della Filcams Cgil, mentre fioccano indagini della magistratura, cause ed esposti alla Corte dei Conti, oltre alle interrogazioni parlamentari, sono i lavoratori gli unici a pagare.
I circa mille dipendenti di Electa spa, società di mediazione creditizia, di erogazione di prestiti personali e altri servizi di credito al consumo, l’ultimo stipendio l’hanno visto a marzo.
Il nucleo più consistente del gruppo, con diversi call-center, è in Sardegna, poi ci sono una settantina di agenzie su tutto il territorio nazionale, perlopiù ormai inattive. I sindacati, che lamentano la difficoltà di rintracciare interlocutori credibili e la mancanza di un piano industriale, stanno verificando le prospettive e l’eventualità di chiedere per la società lo stato di insolvenza, che la porterebbe dritta dritta al fallimento.