Lavorare all’Ikea, dove il part time è troppo flessibile

21/05/2001

 






Domenica 20 maggio 2001

Contratti a termine, tempo parziale, oscure scelte meritocratiche. La catena svedesa rischia di smarrire la sua immagine di azienda «democratica»

Lavorare all’Ikea, dove il part time è troppo flessibile
MILANO. «Una volta prima di andarsene dall’Ikea uno ci pensava cento volte. Adesso è diventata un’azienda come tutte le altre». Nelle parole di Massimo Ponzio, veterano dello stabilimento di Corsico (il secondo aperto nel Milanese), nonchè delegato Cgil, si sgretola l’immagine dell’Ikea «democratica» di mister Kamprad, l’ideatore del marchio diventato uno dei simboli dell’arredamento per la casa, con un fatturato che oggi nel mondo, supera i 18mila miliardi (738 dei quali in Italia). E con qualche vistosa caduta di stile, dal sapore «american style»: come al centro di Carugate, fuori Milano, che dopo le cene di reparto e le gite fuori porta per i lavoratori, ha istituito l’appuntamento con il «dipendente del mese», il più bravo e il più simpatico (i criteri con i quali viene prescelto giurano tutti siano oscuri) di cui viene pure appesa una foto in reparto e che si trova 200mila lire in più in busta.
Quello di Corsico non è stato il primo centro di mobili da montare aperto in Italia: il debutto Ikea è avvenuto dodici anni fa a Cinisello (ora è a Carugate), ed oggi i negozi del colosso svedese sono sette – oltre ai due milanesi, Torino, Bologna, Genova, Brescia e Roma. Un exploit da favola, il centro commerciale dell’Anagnina di Roma, che dall’apertura del giugno 2000 è stato visitato da quasi 3 milioni di persone. E che infatti verrà presto bissato: per l’anno prossimo è già in cantiere la seconda apertura romana, in contemporanea con Sesto Fiorentino, Bari e Padova (mentre per Napoli, già prevista, la ecisione è stata rimandata).
Il mercato italiano, insomma, per la multinazionale dell’arredamento si è rivelato un ottimo investimento. Per chi lavora quotidianamente nei centri commerciali, invece, nei reparti, alle casse, in magazzino, non si può dire lo stesso. In tutta Italia, si tratta di oltre 2.500 dipendenti, molte donne e quasi tutti giovanissimi, 25 anni al massimo. Giocoforza: solo il 25-30%, a seconda degli stabilimenti, è assunto a tempo pieno (40 ore settimanali), mentre la stragrande maggioranza è impiegata part-time (16, 20, al massimo 24 ore settimanali), spesso a tempo determinato di sei mesi o un anno, e alla fine del mese si ritrova in tasca uno «stipendio» intorno al milione di lire. Insufficiente per qualsiasi ipotesi di sussistenza autonoma. «All’inizio non era così – dice ancora Massimo Ponzo dal centro di Corsico – Le percentuali erano invertite. Oltretutto, tre anni fa abbiamo fatto un accordo secondo il quale la percentuale di full-time non doveva scendere sotto il 33%. Invece adesso da noi ipart-time arrivano al 75%». Prosegue il delegato Cgil che «all’azienda conviene avere molti part-time, in modo da poterli impiegare contemporaneamente nei reparti e nei momenti di maggior carico di lavoro. Senza parlare del fatto che, in questo modo, i dipendenti sono molto deboli e quindi tutti ricattabili». Rossana Ventimiglia, dipendente e delegata Cgil per lo stabili,mento di Carugate, dice anche di più: «Il passaggio da 16 a 20 ore, per esempio, ormai viene fatto vivere come una promozione. Bisogna "meritarselo", a prescindere oltretutto dalle regole di anzianità e di carichi familiari che ci eravamo dati qualche anno fa». Eppure: tanta fatica per ottenere qualche ora di lavoro in più, e relativo aumento di stipendio, con un’azienda che continua a sostenere di dover "far quadrare i conti" e di non poter concedere aumenti a nssuno, e poi senza apparente motivo i dipendenti si ritrovano con regali di centinaia, a volte milioni, di lire. Dipendente del mese a parte, due anni fa piovvero dall’alto 4 milioni a testa (a chi di più, a chi di meno), perchè il management Ikea dcise di devolvere ai dipendenti l’incasso (mondiale) di una giornata. «In questo modo – spiega Ventimiglia – ci tengono buoni, e ci rendono più disponibili alle loro richieste».
Prendiamo la quastione domeniche. Da ormai un anno e mezzo azienda e sindacati non riescono a chiudere l’integrativo (il contratto di riferimento è quello dei lavoratori del commercio).
Tra gli ostacoli che ne hanno rallentato la definizione, quello, parecchio ostico, delle domeniche: Ikea intende tenere sempre aperto, a partire dal prossimo settembre e per almeno tre anni (dopo la sperimentazione dell’anno scorso), ma per i nuovi assunti questo significherà venire pagati solo il 70% in più rispetto al 130% precedentemente fissato, e ancora valido per tutti i «vecchi» assunti.
In contemporanea, sono aumentati i carichi di lavoro (adsso i turni partono alle 6 del mattino e finiscono a mezzanotte), ed è drasticamente calata la qualità delle relazioni sindacali. Vero è che ad essere iscritti al sindacato è solo un terzo dei dipendenti, ma si tratta di numeri che non sono cambiati nel tempo e che fino a qualche anno fa non inficiavano la considerazione da parte aziendale.
«Adesso l’azienda – dice Ventimiglia – preferisce avere a che fare con i dipendenti singolarmente, con un rapporto personale». E, date le premesse, difficilmente paritario.
La vita, per i nuovi, insomma, a partire dalle domeniche per arrivare al monte ore settimanale, ai premi e al fatto che le carriere interne si rivelano sempre più dei percorsi ad ostacoli, sembra segnata dalla tendenza a farsi più complicata.

Laura Matteucci