“LaStoria” Gli squatter piccolo borghesi

27/03/2007
    martedì 27 marzo 2007

    Pagina 15 – Politica

    La storia

    Gli squatter piccolo borghesi

      Famiglie “normali”, ma senza una casa
      Così gli impiegati scelgono l’occupazione

        Maria Corbi

          ROMA
          Il portone è sorvegliato da Marina, che ha montato all’alba il suo turno, «il picchetto». Via Catania, scene di straordinaria occupazione, palazzo rosso dell’Inpdai, chiuso da anni e «requisito, due mesi fa, dagli attivisti di «Action», spina nel fianco della giunta Veltroni, i Robin Hood dell’emergenza casa, paladini di chi la famosa «bolla immobiliare» la vive sulla propria pelle, nemici giurati dei «mattonari de noantri». «Che comprano palazzi a due lire dallo Stato e poi costruiscono alloggi di lusso che noi nemmeno con una vita di lavoro potremmo permetterci», spiega Manuela, 27 anni.

          La «portinaia»
          Marina sembra un portiere di un palazzo borghese, se non fosse che qui dentro, in 60 stanze, vivono 240 persone. Per le scale le voci dei bambini (settanta) e porte che si chiudono. Ma se pensate di trovare una folla di sans papier, avete sbagliato indirizzo. Sono molti gli italiani, famiglie che fino a poco tempo fa non avrebbero mai nemmeno immaginato di sprofondare dalla loro umile, ma decorosa, posizione economica nel baratro del randagismo abitativo. Tra loro impiegati, operai, artigiani. Qui, in questo palazzo alle spalle del ricco quartiere Trieste, a due passi da piazza Bologna, dove anche solo un letto costa 500 euro al mese, si rappresenta la tragedia della nuova povertà. Un normale condominio se non fosse per quelle lenzuola che pendono dalle finestre e che urlano la disperazione degli occupanti. Appartamenti ricavati in stanze di ufficio, spesso senza nemmeno un materasso per dormire. Ma sempre meglio del freddo della strada. «Questa sarebbe l’unica alternativa», spiega Arnaldo, un lavoro in un mobilificio, una ex moglie e un figlio nel suo passato. «Sono stato sposato 18 anni poi mi hanno buttato fuori di casa. Non arrivo a guadagnare mille euro al mese ma come faccio a permettermi una casa? L’assessore Minello ci ha detto di andare fuori Roma dove i prezzi sono più bassi, ma anche là hanno imparato e gli affitti sono alle stelle».

          Storie tutte diverse, simili solo nella difficoltà. Sergio abita in affitto in uno stabile pochi metri più in giù dell’occupazione. «Ho occupato perchè mi hanno sfrattato e a casa ho una moglie invalida e una figlia depressa. A giugno dobbiamo andarcene. Ma dove? Io lavoro in un’impresa di pulizie e mia moglie ha la pensione. 1500 euro al mese, adesso ne pago 430 di affitto, ce la faccio appena. Il padrone di casa vuole più del doppio. Mi ha detto: ‘’Mica sono fesso a farti restare qui a quella cifra quando posso affittare ogni camera a 400 euro agli studenti’’».

          La madre
          Francesco ha solo 8 anni, faccia sveglia e occhi celesti come la mamma, Marika, 44 anni e un impiego al Comune: «Non scriva il mio nome per carità». Qualche anno fa per loro il sogno di una casa: «Avevamo una quota di una cooperativa, ma il costruttore se ne è andato con i soldi e a noi è rimasto un debito di 340 euro al mese per i prossimi dieci anni». Niente casa e un terzo dello stipendio in meno. «Fino a due mesi fa la sera andavamo a dormire da una vecchietta che accudivo e in cambio ci dava una camera. Poi è morta e il nipote ci ha mandato via». Francesco ascolta tutto. «E’ stato lui a darmi la forza resistere. Dopo due giorni che stavamo in questo palazzo, senza acqua, luce, riscaldamento, stavo crollando. Lui mi ha detto: ‘’Mamma resisti perchè dobbiamo lottare per avere una casa’’». Parla con pudore questa donna, come c’è pudore nelle parole di Aisha, una marocchina che tra poco darà alla luce un figlio. Sulla porta della stanza dove vive con il marito Mohamed c’è scritto: «Fate attenzione c’è una donna in gravidanza». Sono in Italia da 17 anni. «E ci sentiamo italiani», spiegano.

          Nell’ingresso del palazzo, attaccato al muro c’è un foglio, una specie di regolamento di condominio. Miguel, la sera, è di guardia al portone, si alza un momento dalla sedia e Claudio lo sgrida: «Devi rimanere fermo». La paura è quella dello sgombero, di perdere ancora una volta quattro mura e una speranza. «Anche se non ci daranno una casa, almeno ci concedano un appoggio», spiega Claudio che prima di questo indirizzo ha abitato mesi in auto, al freddo, con il bambino di 7 anni. «Lui adesso sta in una casa famiglia. Un amico mi ha parlato di suor Paola – sa quella della Lazio? – e allora l’ho portato da lei. Ogni volta che lo vado a trovare mi chiede: «Papà quando ce la danno una casa?».