L’associazione c’è. Ma non si vede

15/04/2005


    venerdì, 15 aprile 2005

    pagina 17

    Ricerca Unicom-Confcommercio sulla comunicazione degli enti di categoria. Cna tra i migliori.
    L’associazione c’è. Ma non si vede
    Servono più marketing e news per essere visibili

    di Luca Saitta

    Poche risorse disponibili, la percezione di una forte difficoltà di azione e, soprattutto, un pesante impaccio nell’adeguarsi alle nuove esigenze del presente: il mondo delle associazioni di categoria accusa una generale situazione di impasse nella propria capacità di comunicare e di garantirsi visibilità. È quanto rivela una ricerca di Unicom (Unione nazionale imprese di comunicazione), presentata ieri e Roma, commissionata da Confcommercio e basata su un campione di 151 strutture di rappresentanza tra confederazioni, federazioni e consorzi di impresa.

    ´Fare un censimento globale è impossibile’, afferma Giorgio Bonifazi, vicepresidente Unicom, ´visto che solo nel settore sociale esistono più di 230 mila sigle che coinvolgono 9 milioni di persone. Di fatto, potremmo dire che non esista italiano che non sia rappresentato in una qualche libera organizzazione’.

    La ricerca evidenzia, così, una sensazione di inadeguatezza da parte degli intervistati nei confronti del mercato e della società nel suo insieme. Tutti sono già attivi verso l’uso professionale della comunicazione, anche se spesso prevale il dubbio di non agire all’altezza dei propri compiti.

    ´Globalizzazione, nuove tecnologie e crisi economica sono la miscela che probabilmente ha costretto molte associazioni a un brusco risveglio dopo anni di tranquilla gestione su modelli consolidati’, prosegue Bonifazi. ´Per molti aspetti sta cambiando il modo di fare impresa e, di conseguenza, anche il modo di fare associazione tra imprese. Si può dire che si stia passando dall’idea di un’associazione ”genitore”, saggia, esperta ma anche un po’ statica e noiosa a quella dell’associazione ”partner”, con cui dialogare da pari a pari per trasmettere spunti in cambio di consulenza e servizi’.

    Per l’80% dei soggetti monitorati, dunque, la comunicazione è cresciuta per importanza strategica: per il 73% deve essere finalizzata a fornire informazioni agli associati, per il 61% al marketing, per il 58% ad accrescere la propria immagine. Tra gli strumenti privilegiati spiccano la stampa sui quotidiani locali (92,7%), i filmati e gli audiovisivi (92,1%), le pagine Televideo (90,1%), i siti internet e gli house organ (entrambi all’88%). Ancora, il 27,8% del campione ha dichiarato di spendere in comunicazione fino a 50 mila euro l’anno e il 6% tra i 50 mila e i 250 mila euro.

    A livello di confederazioni solo tre sigle si sono distinte per la loro maggiore autorevolezza in termini di immagini e visibilità. Nella Cna, infatti, la comunicazione è vissuta come una rivoluzione che ha cambiato il modo di definirsi come struttura, nonché i rapporti con gli associati, il mondo esterno e gli operatori professionali di settore.

    Se Confindustria, inoltre, ha rivelato sentimenti di forte identità e orgoglio di appartenenza, Confcommercio ha manifestato la determinazione di rendere la comunicazione l’asse portante del modo stesso di organizzare la propria attività. ´Una comunicazione con i piedi per terra, affidabile nell’analisi e credibile nell’esposizione dei fatti è oggi, a mio giudizio, l’unica carta vincente’, ha commentato il presidente di Confcommercio, Sergio Billè. ´Ma fino a quando le associazioni continueranno a ”scimmiottare” il linguaggio e il tipo di approccio che usa la politica non andremo molto lontano’. (riproduzione riservata)