L’articolo 18, una trappola. Necessario uscirne al più presto

13/05/2002


Lunedì 13 Maggio 2002

L’articolo 18, una trappola
Necessario uscirne al più presto

di ENRICO CISNETTO
E’ ORMAI passato un mese dallo sciopero generale dello scorso 16 aprile e non è ancora successo niente. Né Cgil-Cisl-Uil hanno tradotto quella mobilitazione in una vittoria, visto che le modifiche all’articolo 18 non sono state ritirate, né il governo ha mostrato di voler e poter prescindere dal sindacato, né la Confindustria ha marcato punti. Se non fosse una facile battuta, si potrebbe dire che ha perso il paese.
Sta di fatto che, mentre inizia una fase calda di scioperi nei trasporti e di forte conflittualità diffusa, si moltiplicano gli appelli di Savino Pezzotta e Luigi Angeletti al governo perché ci si rimetta intorno ad un tavolo a discutere. La preoccupazione dei segretari di Cisl e Uil — che sinceramente mi pare fondata — è che il governo per riavviare il dialogo sociale attenda le prossime elezioni amministrative, magari per il diffuso desiderio di molte componenti della maggioranza di verificare il 26 maggio come si distribuirà il consenso popolare, non solo tra i due poli, ma soprattutto tra chi nel governo è più disposto al dialogo e chi vorrebbe maggiore intransigenza nei confronti del movimento sindacale. Si tratta di richieste che vanno colte, non fosse altro perché dalla Cgil di Sergio Cofferati non giungono altrettante sollecitazioni.
Proviamo per un momento a metterci nei panni di Pezzotta e Angeletti. Dal loro punto di vista, se il governo decidesse di portare a compimento la riforma dell’articolo 18, a vincere sarebbe Cofferati, che dello sciopero generale si è fatto paladino molto più di loro. Ma anche nel caso in cui dovesse stralciare il provvedimento, a prevalere sarebbe sempre il leader della Cgil, pronto ad incassare il dividendo "politico" dello scontro. Per questo non è difficile capire che dietro quella reiterata richiesta di riapertura del dialogo che giunge da Cisl e Uil c’è non solo il desiderio, ma anche e soprattutto la necessità che il governo offra loro una sponda. Pezzotta e Angeletti — che hanno subito la pressione della Cgil per non perdere contatto con la propria base, soggetta ad essere scavalcata nei luoghi di lavoro — sono consapevoli che l’unico a lucrare un vantaggio dalla conflittualità permanente è Cofferati, il quale ha intravisto nello scontro con il governo Berlusconi l’occasione del ricompattamento della sinistra intorno alla sua leadership. Ora vogliono, devono sganciarsi. E per farlo attendono un segnale da Palazzo Chigi.
D’altra parte, anche il governo ha tutto l’interesse a riportare il sindacato al "tavolo". Intanto perché "regalare" Cisl e Uil a Cofferati politicamente sarebbe un errore imperdonabile. E poi perché appare ogni giorno più chiaro che i prossimi passaggi della politica economica imporranno di evitare con cura lo scontro sociale: la condizione della nostra finanza pubblica — che allarma Bruxelles: domani ci arriverà l’ennesima tirata d’orecchie ufficiale — richiederà con tutta probabilità interventi straordinari. E se Pezzotta e Angeletti sono così ansiosi di essere convocati, è probabile che abbiano oggi motivi di accondiscendenza in un’eventuale trattativa che ieri non avevano. E se non sarà sull’articolo 18, dove una discussione ideologica ha spinto tutti a irrigidimenti non facilmente smontabili, una certa disponibilità potrebbero manifestarla su temi anche più importanti. Magari sulle pensioni, il vero dossier da cui il governo potrebbe cavare le risorse sia per sistemare i conti, sia per avviare davvero la riforma fiscale, sia infine per trovare "merce di scambio" con il movimento sindacale.
Naturalmente prima occorre uscire dall’impasse sul 18, evitando entrambe le soluzioni estreme su cui scommette Cofferati. Ma anche qui la soluzione c’è. Nel gergo parlamentare si chiama "spacchettamento". In pratica si tratta di scomporre la delega sul mercato del lavoro (e se necessario anche le altre), in modo che siano concentrate in un provvedimento tutte quelle parti su cui c’è consenso, dando a questa nuova delega la massima priorità a Camera e Senato. Viceversa, la modifica del 18 e tutte le altre questioni su cui c’è contrasto dovrebbero costituire un nuovo provvedimento, la cui tempistica nei lavori parlamentari sarebbe ovviamente rallentata, in modo che nel frattempo si possa trovare con le parti sociali un accordo più vasto. Anche perché è proprio in questa seconda delega che potrebbero essere ospitate le materie, a cominciare dagli ammortizzatori sociali e la formazione, che stanno più a cuore al sindacato.
Quanto al metodo, mi sembra che sia ormai un dato acquisito che la mediazione debba essere fatta dalla costituenda cabina di regia di Palazzo Chigi. Alla quale, anche in vista del prossimo Dpef e della nuova Finanziaria, occorre ricondurre un po’ tutte le leve della politica economica. Dunque, non rimane che attendere. Sperando che non si perda altro tempo prezioso.