«L’articolo 18? Roba del passato, un altro mondo Per noi dei call center la flessibilità è la regola»

17/04/2002






NUOVI LAVORI

«L’articolo 18? Roba del passato, un altro mondo Per noi dei call center la flessibilità è la regola»

      MILANO – Non scioperano per convinzione. «E’ una forma di protesta anacronistica. Alla "lotta dura senza paura" preferisco il dialogo. E’ giusto tutelare i lavoratori, ma non si può irrigidire troppo il mercato del lavoro, perché le aziende poi hanno paura ad assumere», sostiene Rocco Valenti , 30 anni, di Messina, figlio di un ingegnere e una casalinga. E’ venuto a Milano per studiare ingegneria, ha lasciato a metà dell’opera, ma in 4 anni da operatore a tempo determinato del call center di Omnitel è diventato "team leader", sorvegliante, e ha sposato Maria Grazia, anche lei impiegata al call center Omnitel. Michele Quinto , 26 anni, milanese, ha cominciato 6 anni fa con un contratto a termine di 3 mesi, poi rinnovato per altri 3 mesi e infine trasformato a tempo indeterminato. Dopo 4 anni al telefono, è sorvegliante anche lui. Vive con i genitori, la madre ex operaia, il padre ex dipendente Sip. «Oggi lui avrebbe fatto sciopero, ma appartiene a un’epoca diversa. E ha capito la mia scelta. Noi abbiamo il contratto dei metalmeccanici, ma con le tute blu non c’entriamo nulla: siamo un altro mondo. L’Italia è piena di tanti mondi e nessuno, nemmeno Cofferati, ce li ha spiegati. Il nostro? Vario e dinamico. Qui dentro devi essere pronto al cambiamento, flessibile. Ma è anche divertente, pieno di ragazzi giovani».
      Il loro è il mondo dei
      call center , che ora si chiamano «Crm» (customer relationship management), fa più chic ma la sostanza non cambia. Nel Crm Omnitel di Milano lavorano 609 ragazzi, età media 25 anni, per lo più assunti a tempo indeterminato. Turni per tutti: dalle 7 del mattino a mezzanotte, a rotazione. Il 60% lavora part time . In questo mondo quasi nessuno legge i giornali e la politica resta fuori dalla porta di casa. Tutti conoscono Sergio Cofferati, ma nessuno sa il nome dei leader di Cisl e Uil. Antonio D’Amato? Boh.
      Ieri mattina uno striscione era appeso ai cancelli e un picchetto ha cercato di impedire l’ingresso. Ma 4 su 10 sono entrati. C’è chi non sciopera per paura. «Io non sarei entrata. Non sono d’accordo con le modifiche sull’articolo 18, perché così si fanno gli interessi degli imprenditori. Però ho un contratto a tempo determinato che scade a maggio e non vorrei pregiudicare una riconferma», spiega
      Ilaria Guardiano , 22 anni, napoletana, diplomata al liceo linguistico, il padre ripara orologi, la madre insegna matematica all’Università. A Milano è arrivata lo scorso settembre, grazie a un annuncio su Internet. Ora condivide l’appartamento in periferia con altri 3 colleghi del call center . Ha un contratto a tempo pieno e con gli straordinari porta a casa poco più di mille euro netti al mese. Più i buoni pasto (5,68 euro). A Napoli ha lavorato per 4 anni in una palestra a Fuorigrotta, istruttrice a tempo pieno, il lavoro dei suoi sogni. Ma «ero in nero e mi davano 350.000 lire al mese, una miseria».
      C’è chi non sciopera per convenienza. «Non volevo perdere una giornata di lavoro. E poi credo che uno sciopero così non porterà a nulla. E’ una questione politica», afferma
      Gaia Barrese , 25 anni, milanese, padre direttore marketing in un’azienda di tessuti, madre casalinga. Da un anno è a Omnitel, da 6 mesi a in tempo indeterminato, lavora part time , 5 ore al giorno, solo turno diurno. «Va bene così», perché ha una bambina di un anno, «affidata» alla nonna. Il compagno con cui convive lavora in banca e «anche lui non ha scioperato». L’articolo 18? «Bisognerebbe iniziare dalla base, rivedere tutto quello che non va, a cominciare, ad esempio, dalla mancanza di asili nido». Mariko Martino , 24 anni, da 4 in Omnitel, invece approva in teoria le ragioni dello sciopero, ma in pratica «ho preferito essere presente, perché presumevo che ci sarebbe stato bisogno di aiuto per non lasciare sguarnito il call center ».
      C’è chi non sciopera per disinteresse. «So che riguarda i contratti, ma non sono molto informato. Non partecipo perché sono qui da troppo poco tempo e non ho nessun motivo per protestare contro questa azienda, che mi piace perché premia la meritocrazia», dice
      Giuseppe Tudisco , 24 anni, di Catania, dove ha lasciato il distributore Agip del padre e un anno senza esami a Scienze biologiche. Lavorare il weekend non gli dispiace, anzi: «Si guadagna di più ed è meglio che stare a casa da solo».
      gferraino@corriere.it
Giuliana Ferraino