L’articolo 18 non blocca l’occupazione

22/05/2002



L’articolo 18 non blocca l’occupazione
di 
Bianca Di Giovanni


 L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non blocca la crescita dell’occupazione. Con buona pace del binomio Berlusconi-D’Amato, ci pensa l’Istat a fare chiarezza su uno dei punti più «caldi» delle relazioni industriali. In occasione della presentazione alla Camera (presente Pierferdinando Casini) del Rapporto annuale, il presidente dell’Istituto Luigi Biggieri non ha lasciato dubbi su questo punto. «Non emergono discontinuità rilevanti nella propensione media all’incremento dell’occupazione dipendente – dichiara – Anche la soglia dei 15 dipendenti non sembra rappresentare un punto di discontinuità chiaramente riscontrabile». Un esempio? Il 37% delle aziende con 10 addetti ha assunto nuovi lavoratori nel 2001. La stessa percentuale si riscontra tra le imprese con 15 addetti, che sono entrate così nel «regime» regolato dallo Statuto dei lavoratori. Ma i numeri dell’Istat dicono anche di più. Per esempio che la distanza nord-sud resta forte, e anche quella tra ricchi e poveri.

Piccole-grandi aziende
Restando nel mondo delle imprese, emerge che il grande affollamento nel mondo delle imprese si trova nelle fasce tra zero e sei addetti e tra i 40 ed i 100 dipendenti. Tanto da far dichiarare al segretario aggiunto Cgil Guglielmo Epifani che quella soglia critica dei 15 «è pura finzione». Di segno contrario il commento di Giampaolo Galli (Confindustria): «È un’analisi limitata ad un solo anno». In ogni caso nel Belpaese resta il motto: piccolo è bello. La dimensione media è di meno di 4 addetti (3,6), e in quelle al di sotto dei 10 dipendenti si concentra il 49,1% degli occupati totali. Le grandi (più di 250 dipendenti) assorbono soltanto il 17,5% dell’occupazione. Le più grandi, tuttavia, ottengono guadagni di produttività significativamente superiori ai maggiori oneri derivanti dal costo del lavoro. Resta la differenza nord-sud: le imprese del Mezzogiorno hanno in media una produttività inferiore.

Occupati e senza-lavoro
Due poli molto distanti convivono nel mondo del lavoro italiano. In quasi 700mila famiglie nessuno dei membri in età attiva lavora. Si tratta di un microcosmo ad alto rischio marginalità che coinvolge circa 2 milioni di persone. Il rapporto sottolinea come non ci siano al momento segnali di intervento per questo tipo di famiglie. Sul fronte opposto 12,5 milioni di famiglie in cui tutte le forze lavoro presenti sono occupate. Altra notazione importante: se l’andamento delle famiglie occupate (ossia quelle in cui ogni forza lavoro è occupata) è costante e non subisce influenze dallo stato di «salute» del mondo del lavoro, non è così per le famiglie disoccupate: non si riducono nonostante la ripresa del mercato del lavoro. Nel periodo 1992-2001 l’occupazione cresce di oltre un milione di unità, con il 96% dei nuovi posti di lavoro occupati dalle donne. Il tasso di disoccupazione a livello nazionale è ormai stabilmente al di sotto delle due cifre: 9,5% nel 2001, 9,2% nella prima rilevazione del 2002. Nel Mezzogiorno il dato è al 18,8%.

Quale lavoro
Dalla radiografia dell’Istat emerge poi un forte sviluppo del lavoro atipico e part time: tra il ’96 e il 2000 l’occupazione dipendente atipica nell’industria e nei servizi privati cresce del 40% mentre quella standard appena dell’1%. Più di un quarto degli occupati dipendenti lavora con orario flessibile. Il fenomeno si concentra nelel imprese di piccole dimensioni. Al centro nord prevale la flessibilità regolata contrattualmente (sono 31 le tipologie contrattuali), nel Mezzogiorno quella basata su accordi individuali. Tra aprile 2000 e marzo 2001 vengono avviati circa 2,8 milioni di nuovi rapporti di lavoro: la metà si conclude entro un anno e il 30% ha una durata inferiore al mese. La presenza di rapporti di lavoro di breve durata caratterizza anche il lavoro interinale. Quanto al sommerso tra il ’95 e il ’99 i lavoratori non regolari passano dal 14,5% al 15,1% dell’occupazione totale con una presenza più marcata nelle regioni del sud: Calabria 27,8%, Campania 25,9% e Sicilia 24,1%.

Sud: «in nero» un lavoratore su quattro
L’Istat sottolinea che la regione che presenta il più alto tasso di irregolarità del lavoro è la Calabria (27,8%), seguita da Campania (25,9%) e Sicilia (24,1%), mentre quella con il tasso più basso è l’Emilia Romagna (10,4%), seguita da Friuli Venezia Giulia e Piemonte (entrambi al 10,6%). A livello settoriale il sommerso prevale in particolare nei servizi, nelle costruzioni e nell’agricoltura. L’industria in senso stretto ricorre in misura più contenuta al lavoro non regolare (5,7% in media) mentre il settore delle costruzioni lo fa in misura maggiore (15,9%). Nell’ambito dei servizi la differenza tra nord e sud resta accentuata, anche se meno pronunciata che in altri settori, con un tasso di irregolarità del 21,2% nel mezzogiorno contro il 14,4% del nord-ovest, il 14,1% del nord-est e il 17% del centro.

Prezzi e consumi
«Il rallentamento della crescita (diminuita di quasi un punto dal 2000 al 2001) è stato determinato principalmente dalla progressiva perdita di dinamismo della domanda interna». Insomma, il Paese si è fermato dopo anni di dinamismo. Anche sulle spese si registra il solco nord-sud. Una famiglia settentrionale spende in media ben 663 euro in più di una meridionale ogni mese. Le famiglie italiane nel 2000 – sottolinea lo studio – hanno speso in media 2.178 euro la mese ma mentre il livello di spesa delle famiglie del nord-est è stato di 2.520 euro al mese, quello del centro è stato di 2.148 euro e quello del sud di 1.857 euro. Un dato che dimostra la continua crescita delle distanze territoriali. Non solo. I salari sono aumentati, ma meno dell’inflazione, con effetti (negativi) sul potere d’acquisto.