L´articolo 18 fa la prima vittima: licenziato il «presidente operaio»

28/03/2002
La Stampa web





    personaggio
    Pierluigi Battista


(Del 28/3/2002 Sezione: Interni Pag. 6)
ANDRA´ SPESSO IN TELEVISIONE PER SPIEGARE I RISULTATI DELL´ESECUTIVO
L´articolo 18 fa la prima vittima: licenziato il «presidente operaio»
Per rispondere al deficit di comunicazione del governo, il Cavaliere dismette la tuta blu e rientra nei panni del «grande esternatore»

ROMA
DUNQUE è finita: non esiste più il «presidente operaio». Si indignarono in molti, per quella trovata berlusconiana che campeggiava sorridente sui cartelloni della propaganda elettorale. Molti si scandalizzarono, alcuni ironizzarono, altri satirizzarono, e parodiarono. La formula entrò in circolo, divenne un tormentone, ai supporters berlusconiani apparve un colpo di genio mediatico. Gli avversari gridarono invece all´impostura, posero pauperisticamente l´accento sulla sproporzione tra il cospicuo reddito del Cavaliere e quello miserevole di un operaio vero. Adesso il «presidente operaio» non c´è più. Ha preso formalmente congedo in una puntata speciale del «Maurizio Costanzo Show». Berlusconi non ha mantenuto la promessa: aveva detto che avrebbe solo agito e lavorato, sarebbe rimasto silente a Palazzo Chigi senza perdere tempo nei talk show televisivi. Per lui, dice, è stata una scelta di necessità. A furia di immedesimarsi nella figura del presidente «operaio», Berlusconi rischiava di perdere nel ruolo del «presidente comunicatore». Per un uomo della comunicazione come lui sarebbe stato uno scacco. Quindi dietrofront, nel fuoco di una partita durissima in cui l´avversario svolge con sapienza il suo ruolo comunicativo e agita lo spettro del licenziamento facile. Il primo ad essere licenziato è il «presidente operaio» e si capisce come Berlusconi, che ha scelto di intervenire in tv per sopire e rassicurare, appaia teso, e anche un po´ arrabbiato. Non è il Berlusconi seduttivo che stabilisce con la platea un contatto mediatico, giocato sull´ipnosi del buon umore, della battuta ammiccante, del coinvolgimento emotivo. Non è il Berlusconi che strappa l´applauso, che scherza con «Maurizio», che mescola alto e basso, che trascina i suoi. E del resto è assai difficile essere distesi quando bisogna elencare un centinaio di provvedimenti governativi in qualche quarto d´ora. E dover smentire che con la modifica dell´articolo 18 si aprirebbe per milioni di persone il baratro della paura e della precarietà esistenziale. Costanzo, i cui tempi vengono letteralmente travolti da un discorso del presidente del Consiglio che non conosce argini e pause, è nervoso anche lui e appena può punzecchia Berlusconi sul tema dell´immigrazione. E Berlusconi non sdrammatizza con il sorriso, non aggira la questione, non coglie l´occasione per un divertente siparietto. No, risponde a Costanzo senza sorriso («dici cose un tantino demagogiche», va al muro contro muro davanti alla platea del Parioli, incerta se parteggiare con il conduttore o con il presidente. E´ un Berlusconi che ama raccontare i ritmi massacranti della sua vita di presidente. Elenca, quasi stremato dalla fatica: meno di quattro ore di sonno per notte, fino alle tre del mattino a consultare dossier e sveglia attorno alle sette, quindici appuntamenti ufficiali alla settimana, contatti con i ministri i quali, se non controllati, scivolano sulla buccia di banana della dichiarazionite acuta, incontri con i partiti, abboccamenti con i parlamentari, elaborazione dei programmi. Un tour de force che Berlusconi racconta come una via crucis, nel vero senso della parola: «Noi portiamo la croce mentre gli altri cantano». E tutta questa fatica, perché? E se poi il «presidente operaio» non sa dire agli italiani i risultati di tanto lavoro e non sa convincere i lavoratori che con la modifica dell´articolo 18 non si viene licenziati? E se poi Cofferati appare un comunicatore più smagliante del capo del governo? E se poi, con un´espressione che Berlusconi usa una volta ancora, si viene «travisati»? Il presidente del Consiglio che decide di cimentarsi nell´arena televisiva e di lasciare a Palazzo Chigi (o a via del Plebiscito) la sua tuta di operaio, sembra un Berlusconi solo, che si fida pochissimo dei suoi alleati, che appare ancora più diffidente nei confronti dei mezzi di informazione che inevitabilmente filtrano la sua immagine e che ricerca accoratamente una nuova immediatezza con il suo elettorato. Poi, certo, usa parole distensive con i sindacati, chiarisce i passaggi più controversi della conferenza stampa del giorno prima, si mostra conciliante e disponibile all´ascolto e al dialogo, bacchetta i ministri che vanno sopra le righe, difende il pacchetto di provvedimenti sul lavoro senza l´arroganza di chi è in possesso della ricetta definitiva. Ma sempre con l´ansia divorante di chi vuole spezzare un muro di equivoci e di incomprensione. Tira fuori documenti e tabulati, estrae dalle sue cartelline il contratto con gli italiani che tanta fortuna ebbe in campagna elettorale, si immerge in vortici tecnici (lui direbbe di «tecnicalità») sulla compilazione dei moduli Inps da riempire onde ottenere l´aumento delle pensioni. Fa il presidente contabile, il presidente ragioniere, il presidente burocrate. Per l´infelicità di Costanzo, drammaticamente in ritardo con i suoi «consigli per gli acquisti».