L´articolo 18 e l´economia di Mike Bongiorno – di Michele Salvati

12/03/2002


 
MARTEDÌ, 12 MARZO 2002
 
Pagina 17 – Commenti
 
L´articolo 18 e l´economia di Mike Bongiorno
 
 
 
MICHELE SALVATI

Con Eugenio Scalfari mi trovo quasi sempre d’accordo e molto apprezzo i lunghi articoli domenicali nei quali commenta i fatti salienti della settimana. Sono d’accordo anche sull’ultimo e tornerò presto su questo giornale ad un tema che rafforza la sua diagnosi di Berlusconi come "venditore di tappeti"; da tempo sono solito caratterizzare la visione economica che ispira il governo come "l’economia di Mike Bongiorno", riferendomi all’esortazione con la quale il grande filosofo immortalato da Umberto Eco chiudeva spesso le sue trasmissioni televisive… «Allegria, Allegria!». Qui mi limito all’attacco dell’articolo di oggi (ieri…domenica scorsa), sulla questione della flessibilità e dell´articolo 18, che non mi sembra coerente con la concezione liberale dell´economia alla quale Scalfari solitamente si ispira.
Per quel poco di partigianeria che mi è rimasta dopo cinque anni di militanza politica a tempo pieno in questo centro-sinistra, sono contento anch´io che il governo abbia innestato la marcia indietro e probabilmente vada a fare una brutta figura. Di più. Sono convinto anch´io che la questione fosse male impostata fin dall´inizio, non in considerazione dei suoi presunti effetti benefici, ma come pegno concesso alle forze più oltranziste di Confindustria, come simbolo di una volontà di rottura rispetto agli equilibri tra governo e parti sociali che si erano consolidati negli Anni ’90 (quante considerazioni simboliche, da una parte e dall´altra!). Se la modificazione dell´articolo 18 è vista nel contesto della proposta di delega e del momento politico che stiamo vivendo, una lettura politico-partigiana è inevitabile e, da partigiani della parte avversa, non c´è che da rallegrarsi che il governo sia stato sconfitto, o almeno così sembri. Ma vuol dire questo che la legislazione vigente in materia di tutele del lavoro e di welfare è qualcosa che una sinistra liberale deve difendere con le unghie e coi denti?
No – ha scritto Scalfari in un lungo commento al Libro Bianco del Ministero del Lavoro il 7 ottobre scorso – "una sua riforma profonda sarebbe non solo auspicabile ma necessaria e per molti aspetti tardiva". Quali riforma? Sulla base di considerazioni che anche in quell´articolo erano prevalentemente politiche, Scalfari si limitava a dire che le proposte del Libro Bianco non lo convincevano, e siamo d´accordo: ma quali sono le proposte di riforma che lo convincono nel merito, indipendentemente dalla parte politica che le sostiene? Se queste proposte non sono rese esplicite – se non si dice qual´è l´assetto legislativo desiderabile alla luce dei criteri di efficienza ed equità che una sinistra liberale dovrebbe sostenere – è poi difficile prendere posizione in tema di flessibilità del lavoro al di fuori di una polemica partigiana, in cui si deve sempre dar ragione alla propria parte: "right or wrong, my… party". Potrebbe infatti essere – e così io penso – che una difesa a oltranza dell´obbligo di reintegro da parte del giudice che non riscontri un giustificato motivo di licenziamento non faccia parte di quella proposta di riforma, mentre ne facciano parte altre misure alle quali i sindacati finora non sono stati particolarmente interessati.
Una proposta di sinistra liberale esiste. È stata presentata in un lungo documento politico nel congresso dei Ds – e discussa in una successiva Direzione – dalla componente liberal di Morando, raccogliendo ovviamente consensi minoritari; pervade il recentissimo libro di Tiziano Treu ("Politiche del Lavoro, Il Mulino", 2002) e quello un po´ meno recente di Tito Boeri ("Uno Stato asociale", Laterza, 2000); per un´ennesima volta quest´ultimo autore ne ha ricordato i termini essenziali sul Sole-24ore del 5 marzo e oggi [...], sullo stesso giornale, in polemica con il sottosegretario Baldassarri, ricorda come a essa s´ispirasse il famoso (famigerato?) documento D´Alema-Blair del marzo 2000. Nella buona sostanza, si tratta di muovere dal nostro modello "mediterraneo", di tutela del posto di lavoro, in direzione di un modello "nordico" di tutela sul mercato del lavoro, attraverso ammortizzatori sociali generosi e universali, nonché sistemi di informazione e formazione capillarmente diffusi ed efficienti. A mio avviso si tratta di un modello assai più equo, anche se parecchio più costoso per il pubblico erario, di quello oggi in vigore. Ed è proprio la totale mancanza della componente di welfare, di una riforma seria degli ammortizzatori sociali e della formazione, uno dei difetti fondamentali della proposta del governo contenuta nel Libro Bianco.
Mi rendo conto che in questo clima di scontro frontale non si tratta di una proposta molto appetibile per una sinistra politica che ha bisogno di tutta la capacità mobilitativa dei sindacati e non può permettersi tensioni troppo pronunciate con essi o con una parte significativa dei propri militanti. Ma, prima o poi, questa sinistra dovrà pur porsi il problema di tornare a governare e non ripetere gli stessi errori della passata legislatura. E poi un commentatore, anche un commentatore vicino alla sinistra, non è tenuto a rispettare i vincoli di opportunità e di convenienza cui i politici sono soggetti.