L’articolo 18 e la partita riformista – di Michele Salvati

25/03/2002


L´ARTICOLO 18 E LA PARTITA RIFORMISTA
 
 
 
MICHELE SALVATI

NELLE riforme della legislazione del lavoro e del welfare tutto si tiene. Inserita nel contesto di una trasformazione complessiva del nostro modello di welfare – da un modello "mediterraneo", centrato sulla difesa del posto di lavoro del maschio capo-famiglia, ad un welfare "nordico-socialdemocratico", centrato su sistemi informativi e formativi efficaci e su ammortizzatori sociali dignitosi e universali -la riscrittura dell´articolo 18 ha un significato. Un significato di sinistra, dove sinistra vuol dire equità, difese e tutele dignitose per il più gran numero di lavoratori, effettivi e potenziali. Anche e soprattutto per quelli, e sono tantissimi, che oggi non sono tutelati per niente. Se la riscrittura è imposta senza adeguare il sistema di welfare, essa è semplicemente la riduzione delle tutele mediterranee senza sostituirle con tutele nordiche.
E allora si tratta di una misura di destra, di un maldestro tentativo di thatcherismo in ritardo, del peggioramento della condizione di un rilevante gruppo di lavoratori non accompagnato dal miglioramento di altri.
Ma non è vero, come sostiene Berlusconi, che togliendo lo spauracchio del reintegro giudiziale del lavoratore licenziato senza giustificati motivi ci sarebbe un gran balzo in avanti dell´occupazione? Se così avvenisse, allora una compensazione ci sarebbe, alcuni lavoratori sarebbero moderatamente svantaggiati ma altri sarebbero notevolmente favoriti. Come sa chiunque si sia occupato con un minimo di serietà e senza preconcetti di queste cose, gli economisti sono divisi sulle conseguenze occupazionali di una riduzione delle tutele contro il licenziamento. Se tale riduzione faccia bene all´occupazione (e quanto) è questione discussa, e le risposte dipendono dai modelli teorici utilizzati, dalle verifiche econometriche adottate, dall´arco di tempo considerato e da tanti altri fattori, tra i quali non è di poco conto, nel caso nostro, la disciplina dell´indennità di licenziamento che sostituirebbe il reintegro (se al posto del reintegro le imprese dovessero scucire due anni di salario – come Berlusconi ha suggerito in uno dei suoi empiti da Babbo Natale – le reazioni che ho notato mi fanno dubitare che le imprese italiane sarebbero molto contente: forse preferirebbero tenersi la disciplina ora in vigore).
E allora perché non si discute del problema nel suo insieme, dell´intero modello di welfare che si ritiene adatto al nostro paese? Non si discute di questo perché si tratterebbe di un sistema molto impegnativo organizzativamente e molto costoso finanziariamente, anche se la transizione dal modello mediterraneo al modello nordico venisse affrontata con gradualità. Costruire un´attrezzatura di istituti di formazione e di informazione degna di questo nome al posto dell´inefficiente sistema di cui disponiamo (e parlare di inefficienza soltanto è un eufemismo che rasenta la menzogna) è un´impresa che esige un grande e continuo sforzo riformatore. E poi non si costruisce una rete di protezione universale, decorosa e che però non disincentivi lo sforzo di ricerca del lavoro, solo utilizzando le risorse che sono oggi impiegate nell´assistenza, nella cassa integrazione, nei sussidi di disoccupazione e negli altri istituti di cui disponiamo, ammesso che sia possibile toglierle da lì.
Occorre di più, parecchio di più. Queste cose i riformisti le sanno da sempre: quelli che operavano nei governi di centro-sinistra sono stati bloccati da resistenze forti al cambiamento che provenivano dal composito fronte della loro rappresentanza sociale; non da ultimo dalla scarsa disponibilità dei sindacati, di tutti i sindacati, ad estrarre risorse per gli ammortizzatori sociali dal principale serbatoio da cui realisticamente (ed equamente) possono essere estratte, la previdenza.
Il centro-destra, per i suoi più deboli legami col sindacato, dovrebbe avvertire di meno queste difficoltà. E poi dispone di una più forte maggioranza in Parlamento. Perché, invece di ficcarsi nel cul de sac dell´articolo 18, non ha subito proposto al dialogo sociale (se così vuol chiamare la concertazione) un disegno più ambizioso? L´articolo 18 non è un tabù e non sancisce un diritto di cittadinanza, con buona pace di Cofferati. Ma è una misura parzialissima, dagli effetti incerti e di puro significato simbolico. Simboli contro simboli, bandiere contro bandiere.
Se Berlusconi si crede un vero riformista – si crede tutto, si crederà anche questo – cerchi di mettere alla prova la sinistra e il sindacato su un grande disegno di statuto dei lavori e di nuovi ed efficaci ammortizzatori sociali. Li metta alla prova su una generosa destinazione di risorse per la gran massa di non garantiti. Forse, allora, la timidezza di cui Antonio Polito accusava il riformismo italiano su questo giornale verrà meno e si creerà un vasto fronte in favore delle riforme. Il fronte che Marco Biagi auspicava.