«L’art. 18 vale solo per un occupato su 3»

01/03/2002





Il ministro del Welfare: «Voglio estendere le tutele a chi non le ha» – La Cisl: trattativa difficile, priorità agli ammortizzatori sociali

Per Parisi (Confindustria) l’analisi di Modigliani ribadisce che la flessibilità crea più lavoro – Perplessi i sindacati: sono in gioco diritti

ROMA – Mentre la trattativa sulla delega-lavoro aspetta gli esiti del congresso Uil (in corso la prossima settimana), il ministro del Welfare, Roberto Maroni, torna sul tema-licenziamenti. Solo 35 lavoratori su 100 ricadono nell’ambito di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, agli altri 65 la norma non si applica: così, con i numeri, Maroni ha spiegato il limitato impatto delle nuove misure decise dal Governo. E ha rilanciato la sua strategia: «Vogliamo estendere tutele a chi non le ha». Il negoziato, però, deve ancora cominciare e non è detto che di articolo 18 si inizi a parlare da subito. È nella prossima riunione tra le parti (13 o 14 marzo), che si disegnerà l’agenda e si capirà se il tema finirà in coda alla trattativa, cioè presumibilmente dopo lo sciopero della Cgil (5 aprile), oppure verrà al pettine subito. I sindacati, però, continuano a battere cassa sugli ammortizzatori. «Questa trattativa – dice Raffaele Bonanni, segretario confederale Cisl – deve affrontare la riforma degli ammortizzatori sociali, che vuol dire stanziare 3-4 miliardi di euro, a regime. Ha ragione Enrico Letta della Margherita quando dice che la prova della disponibilità del Governo ci sarà con la Finanziaria 2003, è quello l’epilogo concreto del negoziato che deve, però, a breve termine dare risultati concreti su tutta la parte normativa». Sui tempi il Governo non ha dubbi: si procede in fretta rispettando l’impegno assunto a Palazzo Chigi dei due mesi supplementari anche se c’è già chi, nei sindacati, pensa sia opportuno portare il negoziato a ridosso della Finanziaria. Intanto le riflessioni del premio Nobel, Franco Modigliani (vedi intervista sul Sole-24 Ore di ieri) sulla necessità di rimuovere le rigidità in uscita riformando l’articolo 18, alimentano il dibattito alla vigilia della ripresa della trattativa. «Le parole di Modigliani – commenta Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare – indicano con evidenza quanto sia assurdo parlare di lesione dei diritti e della dignità dei lavoratori a proposito delle misure del Governo. Ma soprattutto confermano che l’attenuazione delle cosiddette rigidità in uscita, vengono autorevolmente considerate a livello scientifico come uno dei modi per produrre occupazione. Per questa ragione chiedo alle parti che partecipano al negoziato di rimuovere ogni apocalittica considerazione sull’argomento». Ma la Cisl non raccoglie l’invito. «Non accettiamo che il Governo unilateralmente decida di modificare l’articolo 18. E non capisco neppure – dice Bonanni – la tesi secondo cui licenziamenti più facili consentano maggiore occupazione. Il problema sta tutto nei costi: l’impresa sceglie i contratti che costano meno, così si spiega l’esplosione dei co.co.co.». Le imprese, invece, ritrovano nelle parole di Modigliani la stessa logica che oggi li porta a chiedere coraggio nelle riforme. «Ci auguriamo – ha commentato il direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi – che le parole di Franco Modigliani diventino oggetto di riflessione anche tra le organizzazioni sindacali. Dimostrano anche che il dibattito sulla disoccupazione e sulle rigidità del mercato del lavoro ha il conforto di opinioni autorevoli». Ma il passaggio in cui Confindustria trova maggiore sintonia con le proprie tesi è quello che riguarda la possibilità di incrementare l’occupazione. «Le misure proposte dal Governo – dice Parisi – creeranno nuovi posti di lavoro e aiuteranno le nostre imprese a crescere in termini dimensionali. Inoltre, quello che il Governo propone non è l’abolizione dell’articolo 18 ma solo una sperimentazione che riguarda alcune categorie di lavoratori. Siamo anche certi che i lavoratori precari tra un contratto a termine e uno stabile, sia pure con le modifiche all’articolo 18, sceglierebbero quest’ultimo. Credo, quindi, che le misure abbiano anche un buon livello di consenso». E a Modigliani che spera non «si arrivi allo sciopero generale perché non vale la pena difendere una causa sbagliata», risponde la Cgil. «Tra le funzioni dell’istituto di reintegro – spiega Beppe Casadio, segretario confederale Cgil – c’è quella di mantenere e ripristinare una condizione di parità tra lavoratore e impresa. Senza l’articolo 18, una delle due parti si trova in una condizione oggettiva di inferiorità in qualsiasi contenzioso con l’azienda. L’obbligo di reintegro agisce proprio da deterrente contro gli abusi e consente alle parti di avere un rapporto paritario anche al fine di sciogliere il rapporto con il risarcimento». Lina Palmerini

Venerdí 01 Marzo 2002