«L’art. 18 va ridiscusso, ma non da solo»

30/04/2002





Sylos Labini: serve una revisione ampia del mercato del lavoro – Cofferati: troppo ottimismo sui conti
«L’art. 18 va ridiscusso, ma non da solo»

Rossella Bocciarelli

ROMA – «La questione dell’articolo 18 non riveste più l’importanza che aveva venti o trenta anni fa. Non è pertanto una norma da eliminare ad ogni costo, né da difendere con ogni mezzo». È Paolo Sylos Labini, decano degli economisti italiani, ad entrare nel merito della norma sui licenziamenti senza giusta causa. L’occasione è la sua relazione d’apertura al convegno organizzato ieri dalla Cgil su congiuntura internazionale e prospettive economiche. «L’ho già scritto più volte – ricorda – e nel 1985 ero addirittura finito nel mirino delle Brigate Rosse perché avevo duramente criticato quella norma. In seguito, tuttavia, sono stati introdotti robusti correttivi, specialmente sotto forma di contratti atipici, come i contratti interinali, dei contratti a tempo parziale e di quelli a tempo determinato». Oggi, quindi, secondo Sylos converrebbe ridiscutere quella norma, senza darle la priorità numero uno, nel quadro di una riforma consensuale del mercato del lavoro, che includesse anche i contratti a tempo determinato e gli ammortizzatori sociali. Nella sua relazione, che ha offerto spunti di discussione ai numerosi interventi del convegno(erano presenti molti esponenti politici del Centro-sinistra, da Enrico Letta a Pierluigi Bersani, oltre agli economisti dei maggiori centri studi privati) Sylos Labini si è occupato anche dei fattori di rischio che attualmente gravano sulle prospettive, pur favorevoli, dell’economia internazionale, dall’elevato debito estero e deficit delle partite correnti degli Stati Uniti alla spada di Damocle del prezzo del petrolio. Ma lo studioso ha affrontato anche questioni più specificamente italiane, ricordando che nel breve periodo le prospettive economiche appaiono incerte:«il Governo – ha detto – non ha spiegato quali cambiamenti negli obiettivi della sua politica economica comporta l’abbassamento della proiezione della crescita del Pil nel 2002 dal 3,1 al 2,3% e poi dal 2,3% all’1,4%. Ritengo – ha aggiunto – che dovrebbe farlo al più presto, per consentire alle famiglie e alle imprese di formulare o riformulare i loro programmi finanziari». In questo scenario però, secondo Giampaolo Galli, direttore del Centro studi Confindustria, «c’è un po’ di pessimismo: una crescita economica che in media d’anno in Italia sarà del 1,3%-1,5% implica che a fine d’anno si acceleri molto e si torni a cresce oltre il 2,5%». Quanto ai rischi connessi alla posizione esterna degli Stati Uniti, secondo Galli non bisogna dimenticare che a determinare gli enormi afflussi di capitale che dall’Europa arrivano negli Stati Uniti sono rendimenti del capitale e tassi di profitto reali che nel nuovo continente sono più elevati. Invece per l’Italia oggi la priorità, ha ricordato Galli è «togliere il freno a mano all’economia». Critiche alla tendenza a cercare «un pranzo gratis» da parte del Governo sul terreno della finanza pubblica, attraverso la promessa di ridurre le imposte senza una corrispondente stabile riduzione della spesa sono venute dall’esperto di Prometeia Paolo Onofri. E la preoccupazione per il fronte dei conti pubblici è condivisa anche dal leader della Cgil, Sergio Cofferati: «C’è uno scostamento rilevante fra le previsioni fatte e i dati reali che potrà creare molte difficoltà – ha detto ieri concludendo il convegno – perché verranno meno le risorse necessarie per gli interventi in favore del welfare e del Mezzogiorno».

Martedí 30 Aprile 2002